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Uno sguardo sul Nepal

Uno sguardo sul Nepal

di Carlo Bergamaschi (http://digilander.libero.it/carloberg)

Incastonato tra la Cina e l'India, fra le più alte vette dell'Himalaya del nord e le calde e umide pianure indiane del Sud; Terra di yak, sherpa e stupa, paradiso dei viaggiatori indipendenti. Ricco di un patrimonio urbano, artistico e architettonico a livello mondiale, splendidamente sviluppato nei tre regni di Kathmandu, Patan e Bhaktapur. Ingente di riserve naturalistiche, foreste, flora e fauna a rischio di estinzione.

Il meraviglioso Nepal non è solo terra di avventura, ma anche uno dei paesi più poveri al mondo. Sorprende il visitatore la grande cordialità e ospitalità dei suoi abitanti, la vita governata dai diritti e doveri legati alla famiglia, al gruppo etnico, alla casta di appartenenza, alle usanze religiose: dalla preghiera del mattino, alla fusione fra hinduismo e buddismo, ed altri gruppi religiosi, senza alcuna minima tensione.

Undici ore di volo, altrettante perse in aeroporti internazionali, 5 ore di differenza di fuso orario, visti di ingresso e bagagli appresso dovrebbero portarci a desiderare un minimo di riposo, ma il tragitto fra aeroporto e albergo di Kathmandu è il biglietto da visita di un mondo nuovo, caotico, disordinato ma pieno di fascino, di mistero, che ti impedisce di perdere un solo minuto da dedicare alla sua scoperta

Le scoperte iniziano a PATAN, la seconda città della valle di Kathmandu, conosciuta con il nome sanscrito di Lalitpur (città della bellezza), e con quello nefari di Yala. La piazza centrale, Durbar Square, è costellata di templi con una esagerata concentrazione di edifici nelle stradine secondarie che si dipartono oltre 600 stupa e 185 bahal. Dai palazzi del centro è possibile accedere ai decoratissimi cortili interni e agli altari per i sacrifici e le preghiere. Iniziamo un affascinante itinerario, a piedi, che si snoda attraverso il complesso di vicoli e cortili comunicanti con la città vecchia che ci permette di osservare da vicino lo stile comunitario e la struttura tradizionale dei villaggi, in particolare sono colpito dalle vasche d'acqua (hiti) e dai pozzi (tun). Il caos del traffico, specialmente motorini e biciclette che dribblano fra i pedoni, provoca un piccolo incidente, vengo infatti agganciato per la cinghia dello zaino da un motorino che mi scaraventa a terra, il problema è stato quello di perdere parecchio tempo a scusarsi a vicenda dell'accaduto. La visita a Patan è anche il preludio della scoperta dello stile di vita dei nepalesi, della divisione in caste della società, rilevabile anche dalle divise degli scolari, dai colori degli abiti delle donne, dagli ozi degli uomini nei giochi di carte. Sorprende che monumenti, templi, palazzi siano letteralmente utilizzati dagli abitanti, specialmente giovani, per sostare al coperto e godersi la vista della piazza e dei passanti. Abbiamo inoltre la nostra prima esperienza con il clima subtropicale e le piogge monsoniche; la temperatura ha una variazione dai 24 ai 30 gradi e la pioggia non da il minimo fastidio. La piazza ha un'espansione architettonica maestosa ed imponente su tutto il lato Est, il palazzo reale è ricco di decorazioni lignee, specialmente nei vari tetti che ne costituiscono la copertura. Iniziamo quindi la nostra scoperta della intricatissima storia delle divinità nepalesi da Shiva a Vishnu a Krishna. La vista al monastero di Kwa Bahal (il tempio d'oro) ci permette di apprendere le prime norme comportamentali da tenere nei luoghi sacri: come muoversi al loro interno, come utilizzare le infinite campane per le preghiere disposte su tutto il perimetro…

Visitare Kathmandu è entusiasmante e sconcertante allo stesso tempo; immagini, suoni, odori generano una sorta di sovraccarico sensoriale, sorprendono e possono esasperare, come accade in tutti i grandi agglomerati urbani dei paesi in via di sviluppo, proiettati verso una modernità che genera orrori architettonici e inquinamento opprimente, ma una volta abbandonate le vie principali si scopre un enorme e straordinario patrimonio culturale ed artistico.

Simbolo della città (e in generale del Nepal) è Bodhnath, uno degli stupa più grandi al mondo, e centro religioso della consistente comunità di esiliati tibetani. Arriviamo nella grande piazza con al centro l'enorme tumulo circolare, a sua volta circondato da imponenti gradinate e da un recinto con le infinite ruote della preghiera; il caos della città è alle spalle e il silenzio risulta interrotto solo dai canti tibetani che escono dalle finestre delle varie scuole presenti nella piazza. L'enorme stupa è completamente bianco, dalla cupola, alle gradinate, alle varie nicchie e santuari presenti nel muro perimetrale. Completamente ricoperto da coloratissime bandierine che riportano testi di preghiera, sulla sommità vi è una piramide quadrangolare ricoperta d'oro con drappi rossi, sulla quale sono rappresentati gli occhi del Buddah su tutti lati. Saliamo tutti gli ordini delle scalinate, sino alla base del tumulo, incontrando molti monaci tibetani nei loro drappi arancione e donne intente a pregare e offrire doni alle divinità, è netta la sensazione di essere in un luogo che è molto più che un semplice stupa, anche se monumentale, bensì in un importante centro religioso, uno dei pochi posti al mondo dove la cultura tibetana è accessibile, vivace e libera. I tanti fedeli che si prostrano nel recinto interno inferiore evidenziano che ci troviamo in un luogo pervaso da una grande energia, animato dalle processioni che in senso orario si muovono in tondo facendo girare le ruote di preghiera.

Ogni luogo al mondo ha un suo simbolo che nell'immaginario collettivo lo identifica e lo rappresenta, per me il Nepal aveva come simbolo Pashupatinath. Grandissima è stata quindi l'emozione al nostro arrivo. Pashupatinath è il luogo sacro più importante del Nepal, ed anche uno dei più importanti templi consacrati a Shiva di tutto il subcontinente indiano. Il villaggio sorge sulle rive del sacro fiume Bagmati che lo divide in due, i templi più interessanti sono situati sul lato ovest del fiume ma l'accesso è esclusivo solo agli hindu. Il luogo è teatro di un gran numero di cremazioni e di fronte al tempio principale vi sono delle passerelle riservate alla famiglia reale. Passiamo molto tempo seduti sulle terrazze a gradoni fra mucche libere e fastidiosissime scimmie, santoni dai lunghissimi capelli e barbe intrecciate e completamente decorati, viso e corpo, con colori sgargianti. Assistiamo a diversi riti funebri ove colpisce l'infinito senso di serenità e pace presente nei familiari che accompagnano il defunto nell'ultimo viaggio, dai riti che iniziano con i bagni purificatori sino alla cremazione.

Il centro di Kathmandu è la zona di Durbar Square, in effetti costituita da tre piazze collegate fra loro, si possono trascorrere ore passeggiando nelle piazze o seduti sui gradoni dell'imponente Maju Deval ad osservare il viavai dei passanti, dei trasporti delle merci sulla schiena degli sherpa, o nei coloratissimi mercatini ove si trovano principalmente frutta, fiori intrecciati e piattini di foglie per le offerte alle divinità. Le piazze sono gremite di monumenti, padiglioni, templi e santuari dedicati alle infinite divinità. Colpisce molto noi occidentali la Kumari Bahal, dimora della dea vivente, residenza della Fumari, la fanciulla scelta come dea della città, che rimarrà nel tempio sino alla pubertà per poi tornare ad essere una comune mortale. Impressionanti le dimensioni del palazzo reale e relativo corpo di guardia. Oltre ai monumentali templi, colonne, statue, colpiscono gli innumerevoli piccoli e occasionali altari che si trovano fra le radici degli alberi o in prossimità delle fontane pubbliche. In tutti i templi nepalesi i decori che maggiormente attirano l'attenzione sono gli intagli e le decorazioni che adornano le travi in legno che sorreggono i tetti, spesso raffigurano scene erotiche, a testimonianza dello strettissimo rapporto che lega le credenze buddiste, tibetane e hinduiste.

A dominare tutta la città, sopra una collina a ovest di Kathmandu, è il grande tempio buddista di Swayambhunath, o tempio delle scimmie, uno dei simboli più facilmente riconoscibili del Nepal. Lo si raggiunge per una lunga ascesa costituita da un'interminabile scalinata adornata di statue sulla vita del Buddha. All'ingresso i simboli della folgore (forza maschile) e della campana (saggezza femminile). In cima si trova il grande stupa, imbiancato a calce, sovrastato dal quadrilatero in oro con gli occhi del Buddha che sovrastano la città ed il curioso simbolo a punto di domanda al posto del naso, simbolo dell'unità di tutte le forme di vita. A lato, una enorme serie di piccoli stupa in pietra utilizzati come reliquiari dei monaci più importanti.

Dopo alcuni giorni lasciamo la capitale per visitare i centri più importanti della valle. Queste escursioni ci permettono di scoprire la vita nelle campagne, nelle sterminate coltivazioni di riso, anche in zone collinari o montuose, grazie alla realizzazione di terrazzamenti in sassi. Scopriamo che le attività vengono svolte esclusivamente dalle donne, che interrompono l'attività lavorativa solo per pochi mesi in caso di gravidanza. Durante i tragitti abbiamo l'opportunità di raggiungere alcuni punti di avvistamento delle più importanti vette himalayane come l'Everest. Voglio ricordare che delle 14 montagne al mondo che superano gli 8000 metri, ben 8 sono in territorio nepalese.

Arriviamo a Changu Narayan, ove sorge il tempio più antico della valle. Per le difficoltà di raggiungere il luogo, non vi è presenza di turismo, il piccolo paese è intatto nella sua struttura originaria, e le strade sono totalmente occupate dagli abitanti intenti ad attività agricole: dall'essicazione delle spezie e del mais, al pascolo delle mucche che convivono nelle case. Bellissima la fontana centrale al paese utilizzata per l'igiene personale, nelle case infatti non vi è acqua corrente. Il tempio, consacrato a Vishnu è straordinariamente suggestivo, le travi del tetto, assai intricate, raffigurano divinità tantriche dalle molte braccia. I veri gioielli sono rappresentati dalle bellissime statue che punteggiano il cortile. L'assenza di traffico e caos cittadino, i pochi abitanti, il panorama circostante costituito da verdissime colline e campi coltivati a riso, hanno contribuito ad assaporare la vera cultura rurale e religiosa del paese.

Le stesse emozioni le proviamo anche all'arrivo a Bhaktapur. Bhaktapur, nota anche come Bhadgaon (città del riso) o Khwopa (città dei devoti). È un luogo senza tempo, ha conservato intatto il proprio carattere tradizionale essendo caratterizzata da stradine acciottolate che collegano i vari templi, mentre le vie laterali sono costellate di santuari, pozzi e fontane. L'incredibile bellezza, dimensione, stato di manutenzione dei templi e dei palazzi, incorniciata da scene di vita quotidiana dei suoi abitanti, contribuise a dare un senso di reale immedesimazione nelle tradizioni e nei costumi di un popolo così diverso e lontano dal nostro. Mentre, come in altri luoghi, molti devoti sono intenti alle preghiere e ai doni offerti alle divinità, per le strade troviamo il riso steso e le varie spezie ad essiccare al sole, le persone che si lavano alle fontane, i tessuti freschi di tintura ad asciugare, i bambini che giocano e le donne intente a pestare il grano. Le varie scenografie del luogo sono veramente mozzafiato ed infatti va ricordato che il capolavoro di Bertolucci "L'Ultimo Imperatore" è stato in gran parte girato qui.

E' da ricordare che tutti i luoghi fin qui citati sono stati dichiarati dall'Unesco "Patrimonio dell'umanità".

A questo punto il nostro viaggio prende una diversa direzione, ci aspettano infatti tre giorni immersi nella jungla del Royal Chitwan National Park, questi giorni hanno rappresentato l'avventura più intensa che mai abbiamo avuto occasione di affrontare.

Si parte il mattino prestissimo dal centro di Kathmandu, ed attraversando la periferia della città abbiamo modo di vederne il risveglio, la preparazione dei piccoli mercatini sulle strade, costituiti per lo più da teli stesi in terra con frutta e ortaggi, il caotico traffico di malandati pullman stipati all'inverosimile. Usciti dalla città prendiamo quella che dovrebbe essere la strada principale che attraversa il paese, in realtà è una strada di montagna con tornanti strettissimi e dal fondo adatto a collaudare un fuoristrada. Essendo la principale arteria vi è molto traffico di camion che trasportano merci, molto datati e decorati all'inverosimile, non riusciamo ad assaporare l'odore dei campi coltivati e dei tantissimi corsi d'acqua perché il fumo acre di camion e pullman rende l'aria irrespirabile. Dopo diverse ore di tragitto ci fermiamo in un piccolo paese in riva ad un fiume ingrossato dalle piogge monsoniche; è settembre e siamo alla fine della stagione piovosa. Ci viene proposto di continuare o con il fuoristrada oppure facendo rafting sul corso del fiume. In men che non si dica eravamo pronti. Giubbotti di salvataggio e casco per affrontare le rapide sul gommone. E' stato divertentissimo, anche se alcune onde ci hanno totalmente travolto e bagnato, è stata dura convincere la guida a tenere la macchina fotografica, ma ne è valsa la pena. L'unica lamentela è che delle due ore previste siamo arrivati in poco più di un'ora perché la corrente era troppo forte per il periodo delle piene. Arrivati su di una spiaggia ed asciugati al sole abbiamo mangiato qualcosa in un simpaticissimo ristorante locale e via in fretta per la nostra destinazione. Abbandoniamo dopo parecchi chilometri la strada principale per intraprendere stradine di campagna, fra sterminati campi di riso, che in questa stagione sono di un verde brillante, e piccoli gruppi di case di contadini che allevano mucche e pecore. Ovviamente la marcia è molto lenta e si balla parecchio. Arriviamo in una radura di rara bellezza, prati, fiori, piccoli fiumi e acquitrini, enormi alberi di sal, pastori e greggi, chiedo alla guida se siamo arrivati ma mi spiega che causa ingrossamento dei fiumi la nostra destinazione non è raggiungibile nemmeno in fuoristrada, e che quindi dobbiamo andare con una barca.

L'entusiasmo dell'opportunità si affievolì quando vidi la barca, in realtà una piroga malandata di vecchia costruzione. Dissi ad AnnaMaria che non era in discussione il fatto che saremmo finiti in acqua ma solo il quando… ma che comunque non vi erano problemi in quanto il fiume era calmo e stretto e quindi avremo facilmente raggiunto la riva. Si parte quindi con due locali che guidano la piroga con lunghe canne di bambù; i panorami erano splendidi e ripagavano abbondantemente la tensione accumulata. Improvvisamente il piccolo e calmo fiume si immette in un fiume di maggiori dimensioni mantenendo una dolce corrente. La tensione aumentò leggermente quando ci indicarono di non tenere le mani nell'acqua e contemporaneamente ci indicarono alcuni alligatori che beati stavano al sole sulle lingue di sabbia. Proseguendo ci immettiamo in una altro fiume, che comincia ad avere dimensioni notevoli e una corrente rilevante, sparisce nel contempo qualsiasi traccia della presenza umana ed i panorami sono esclusivamente quelli disegnati dalla natura. Improvvisamente sentiamo un forte rumore di corrente d'acqua, davanti a noi si apre un immenso fiume increspato dalla forte corrente e dai numerosi vortici, incredulo di quanto ci stava capitando chiesi informazioni e tranquillamente mi dissero che dovevamo attraversalo. L'operazione non risultò così facile… nel grande fiume erano presenti delle lunghe strisce di sabbia, lo scopo era quello di pagaiare velocemente fra una striscia e l'altra e quindi risalire la corrente con le canne procedendo quindi a zig zag. Improvvisamente (come se c'è ne fosse bisogno…) il cielo si copre di nuvoloni neri che scaricano fulmini e tuoni a ripetizione, ma per fortuna niente acqua! Per l'eccessiva corrente manchiamo l'ultimo tratto, e siamo oramai "imbarcati" da due ore, ci siamo quindi spostati troppo a valle dal punto di arrivo che raggiungiamo risalendo la riva con le canne. Ritenendo di essere quasi arrivati cominciamo a rilassarci, ma è durato poco… siamo infatti ancora lontani e per raggiungere i lodge abbiamo ancora circa due ore da percorrere a dorso di un elefante. Saliti sull'elefante ci si infila nella jungla facendo attenzione ai rami degli alberi e cespugli. Dobbiamo anche attraversare alcuni corsi d'acqua tramite ponti di fortuna in legno, gli elefanti però non né vogliono sapere di salirci sopra, al terzo ponte nemmeno le più violente frustrate riescono a convincerli, e quindi non rimane altro che attraversare i torrenti andandoci dentro con l'acqua che raggiungeva le nostre caviglie. Finalmente, oramai al tramonto, arriviamo al Royal Chitwan Temple Tiger Jungle. Una breve riunione con i ranger per le istruzioni comportamentali all'interno del parco non affievolisce la tensione; nel parco non esiste corrente elettrica ed un generatore la fornisce dalle 19 alle 21, poi buio totale! I lodge non sono recintati e di notte non è il caso di fare rumori o tenere luci di candele o lampade a petrolio, per non attirare tigri ma specialmente elefanti selvatici, che sono i più temuti. Preso possesso del nostro capanno (i lodge sono in realtà palafitte in legno) mi sembrava di entrare in un museo di insetti, le pareti e le retine alle finestre erano tempestati da insetti spiaccicati dalle innumerevoli forme e colori. A contorno di tutto ciò una umidità soffocante, tutti ingredienti che mi fecero presagire notti in bianco… alle 21, tolta l'energia, si spensero le luci, cessò di funzionare il ventilatore… e non ricordo più nulla dal sonno profondo in cui precipitai.

Il Chitwan è una enorme riserva naturale di 932 Kmq di foresta, alberi di sal, acquitrini e praterie ondulate, il parco è rifugio del raro rinoceronte unicorno indiano, di tigri e leopardi, e del raro delfino del Gange. Sono presenti anche orsi, cinghiali, iene, cervi, 450 specie di uccelli e 67 specie di farfalle, e naturalmente le onnipresenti scimmie. L'esperienza delle jungla è stata indescrivibile, amo molto visitare parchi naturalistici, oasi in genere, e vedere gli animali nel loro ambiente, alcuni anni fa io e AnnaMaria abbiamo avuto la fortuna di visitare uno tra i più belli dei parchi africani, il Masai Mara, ma le differenze sono abissali… la savana africana è la luce: spazi infiniti, animali che vedi a chilometri di distanza; la jungla è tenebra: visibilità ridotta a qualche decina di metri per la fitta vegetazione, poca luce e filtrata dagli enormi alberi che oscurano il cielo, non sapevi nemmeno dove stessero camminando gli elefanti, capivi dal rumore dei piedi se erano su terreno o in mezzo all'acqua.

Il giorno successivo sveglia presto per il primo safari a dorso dell'elefante, alla ricerca di alligatori e rinoceronti. Avvistato un gruppo di unicorno nel mezzo di un acquitrino, chiedo al ranger di fermarsi un attimo per cambiare obiettivo alla macchina fotografica, lui capisce il mio interesse agli animali ed in un attimo, entra nell'acqua con l'elefante per portarci più vicino. Di certo le emozioni forti non mancano. Dopo due ore torniamo al campo per un breve riposo, AnnaMaria si chiede come mai abbia gambe e pantaloni insanguinati senza alcuna ferita, per il caldo e l'umidità decido di mettermi in pantaloni corti e ne scopro il motivo, siamo stati attaccati da alcune sanguisughe…, senza alcun problema vado nella cucina e con un po' di sale riesco a farle staccare dalle gambe. Dopo una veloce visita nei punti di avvistamento degli uccelli del luogo andiamo a trovare i ranger nelle loro abitazioni ed alla scuola di addestramento elefanti, per poi fare un nuovo safari per avvistare leopardi e tigri. Bellissimo prima del tramonto la discesa al fiume per il bagno degli elefanti, stanchi dal lavoro. Stavo assaporando un bellissimo tramonto dalla terrazza in legno che sovrasta un grande acquitrino di fronte alle capanne, quando vedo uno splendido ed enorme esemplare di elefante maschio che si avvicina, passa un ranger e lo segnalo, questo prima si sbianca in volto, e poi si precipita a dare l'allarme, capisco solo dopo il loro timore, dovuto al fatto che gli elefanti presenti nel parco sono solo femmine, in quanto i maschi non sono addomesticabili, ma ovviamente sono attirati dalle femmine, e sono molto pericolosi perché se entrano nel villaggio distruggono tutto ciò che incontrano nel loro percorso.

La permanenza al Royal Chitwan Temple Tiger Jungle, per quanto affascinante e piacevolissima era a tratti disturbata dal pensiero che per il ritorno avremo dovuto percorrere la stessa strada dell'andata. E quel giorno arrivò…

Sveglia quando è ancora notte, una breve colazione, preparati i bagagli, e predisposti, per quanto possibile, ad affrontare più di due ore a dorso di elefante e più di due ore tra le correnti dei fiumi sulla piccola piroga; si parte! Dopo venti minuti dalla partenza succede quello che non era stato minimamente preventivato: un terribile temporale monsonico che durò per tutto il tragitto. In men che non si dica eravamo bagnati fradici, le gambe a penzoloni sembravano dei tubi di scarico pluviali, a tratti l'acqua scendeva talmente copiosa che la visibilità era ridotta al minimo. Arrivati all'imbarco non possiamo scendere perchè le rive del fiume erano troppo scivolose, ci spostiamo ancora più a monte per avere la certezza che la corrente non ci porti troppo a valle. Ci imbarchiamo, ma l'incessante temporale riempie la barca facendoci tenere i piedi in acqua. Annamaria, che è nella parte centrale della piroga, passa tutto il tempo a buttare fuori l'acqua con un secchiello di latta. L'attraversamento del fiume ha qualcosa di surreale, in effetti non sono più riconoscibili la corrente ed i vortici, l'eccessiva pioggia appiattisce la superficie facendola ribollire come l'acqua in una pentola. Arriviamo finalmente al punto in cui potevamo riprendere il fuoristrada che ci avrebbe portato a Pokhara, bagnati fradici, sotto la pioggia, tentiamo di aprire le valige per qualche capo asciutto, ma l'acqua era penetrata ovunque. Dopo quattro ore di fuoristrada arriviamo in albergo in condizioni pietose, avuta una stanza, verifichiamo che è tutto bagnato, dagli indumenti, ai passaporti, all'attrezzatura fotografica, ai soldi… stendiamo il tutto e decidiamo di passare le due ore che mancano alla cena nella piscina dell'albergo.

Immaginate una montagna che delinea un triangolo perfetto, con la cima incappucciata di neve e le pendici sferzate dai gelidi venti dell'Himalaya. Immaginate uno specchio d'acqua privo di increspature in cui si riflette la montagna. Immaginate un villaggio affollato di viaggiatori ed echeggiante dei canti del mantra. Immaginate migliaia di negozi che vendono bandiere di preghiera, tappeti, cuscini, artigianato del legno…. Ebbene, tutto questo è Pokhara.

Conosciuta come la "città del lago", si estende sulla sponda orientale dello splendido Phewa Tal, nelle cui acque si specchiano l'Anapurna e il Machhapochhare. Noleggiamo una barca per una escursione sul lago e una sosta alla bellissima isola su cui è stato edificato il tempio hindu di Mandir di Varahi, consacrato a Vishnu. Emozionante anche la visita del monastero di Karma Dubgyu, dal quale si gode di una splendida vista della città. Fra le bellezze naturalistiche dei luoghi vi sono le Cascate di Devi, che nel periodo delle piogge assumono un aspetto impressionante. Passiamo mezza giornata per visitare anche i due villaggi tibetani ove sono rifugiati molti profughi del Tibet dopo l'invasione cinese, vivono di souvenir e quindi andiamo a visitarne i laboratori.

Il viaggio volge al termine, abbiamo un intero giorno per tornare a Kathmandu, veniamo a sapere che facendo una piccola deviazione possiamo andare al Monastero di Manakamana, sacro tempio dedicato alla Dea Kalì ove attualmente avvengono sacrifici animali. Accettiamo di fare l'ennesima levataccia per non perdere l'occasione. Il Tempio è affascinante e ricco di atmosfera, tutte le famiglie, ad ogni ora, intervengono in preghiera portando piccole capre, galline ed altri animali per sacrificarli alla Dea. E' ancora una giornata piovosa e l'acqua trascina sulla piazza il sangue degli animali ai quali viene mozzata la testa. Il viaggio di rientro non è esente da nuove sorprese… purtroppo le forti piogge hanno causato crolli sulla strada del rientro, e più di una volta siamo scesi per liberare la strada da rami e sassi. Ad un certo punto il traffico risulta bloccato perché è sprofondato un piccolo ponte e per passare bisogna attraversare un torrente che si è formato, fortunatamente siamo riusciti a passare, alcuni veicoli rimangono invece a metà del guado e chissà per quanto tempo…

Arriva l'ultimo giorno, la macchina che ci porta all'aeroporto corre veloce fra le strade di Kathmandu, facendo intravedere le guglie dei templi ed i tetti dei palazzi che abbiamo avuto modo di visitare, spero soltanto che tutte le fotografie fatte arrivino sane e salve a casa per permettermi di non dimenticare un viaggio fantastico.

Carlo e AnnaMaria



Commenti

Mostro 2 commenti, dal più recente:Discendente

Olly
Quoto Timur, bel racconto e belle foto, complimenti!
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Inserito da Olly Utente di Photorevolt il 13/05/2008 alle 16:13:52

Timur
grande report
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Inserito da Timur Utente di Photorevolt il 12/05/2008 alle 00:10:14


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