La
fotografia é la cattura della luce mediante la scelta dell'esposizione,
quindi l'esposizione è la base fondamentale della fotografia. Capire
bene come funziona l'esposizione (tempi, diaframmi, ISO) e tutti i vari
argomenti collegati è indispensabile. E una volta capita bene, ci si
accorge che improvvisamente si è in grado di comprendere il
funzionamento della fotocamera (funzionalità e limiti) e soprattutto si
comincia a fotografare, sul serio.
Buona lettura.
Indice
Per
esposizione si intende la modalità con cui si intende somministrare la
luce all'elemento sensibile della fotocamera (nel caso delle fotocamere
digitali, il sensore) ovvero l'esposizione è la produzione un'immagine
mediante la cattura della luce opportunamente "modificata" dalla
fotocamera.
Nella fotografia digitale, esposizione vuol dire combinazione di quattro fattori fondamentali:
la luce
il diaframma (quanta luce)
il tempo di esposizione (per quanto tempo)
la sensibilità ISO equivalente (attenuata o amplificata)
Il
primo fattore, la luce disponibile, è il più ovvio anche se quasi mai
preso in considerazione. Meglio, viene tralasciato implicitamente
perché è la componente che spesso non possiamo controllare direttamente
(es: un paesaggio al tramonto). Una buona fotografia nasce da una buona
luce, sia come quantità sia come qualità. La luce merita
un articolo a se stante diverso da questo, perché è uno dei pilastri
dell'arte della composizione. Argomento che umilmente non ho le
capacità di affrontare in modo completo, vista la mia limitata
esperienza.
Il quarto fattore, la sensibilità ISO
equivalente, non viene sempre citato quando si parla di esposizione.
Infatti, per le fotocamere tradizionali la sensibilità della pellicola
viene forzatamente scelta prima di cominciare e non può essere cambiata
se non alla fine del rullino. Ma per le fotocamere digitali la
sensibilità ISO equivalente si può cambiare al volo senza problemi come
i classici "tempo e diaframma", e quindi diventa un prezioso ulteriore
grado di libertà. Si veda il paragrafo La sensibilità ISO equivalente qui sotto.
Quando la scelta di tempo/diaframma/ISO produce una foto più scura rispetto ad un'esposizione corretta, si parla di sottoesposizione. Viceversa, quando si produce una foto troppo chiara, si parla di sovraesposizione.
Cosa
vuol dire "esposizione corretta"? Come in molti altri concetti della
fotografia in generale, ci sono due aspetti importati e complementari.
L'aspetto tecnico.
Dal punto di vista tecnico una fotografia digitale ha un'esposizione
corretta quando non ha difetti di luci e ombre bruciati, il soggetto
della foto viene catturato con il giusto contrasto e quindi la foto
riproduce "fedelmente" la realtà, nei limiti tecnologici della nostra
attrezzatura (fotocamera, monitor, stampante). Anticipando quanto si
dirà nella paragrafo sull'istogramma,
ciò vuol dire che sia la parte bassa dello spettro (verso il nero) sia
la parte alta dello spettro (verso il bianco) non si spingono fuori dei
limiti propri del sensore della fotocamera digitale.
L'aspetto espressivo/artistico.
Dal punto di vista espressivo/artistico una fotografia digitale ha
un'esposizione corretta quando soddisfa l'intenzione
espressiva/artistica del fotografo.
Questi
due aspetti dell'esposizione sono molte volte in conflitto. Ad esempio,
il fotografo può decidere di sovraesporre o sottoesporre un soggetto
per comunicare particolari sensazioni. La stessa scena può essere
ripresa con più esposizioni diverse, a seconda del risultato che il
fotografo intende ottenere (in gergo, le foto con prevalenza di toni
chiari vengono definite "high-key", quelle con prevalenza di toni scuri
vengono definite "low-key"). Questo ci porta ad una conclusione un po'
sconcertante:
|
Non esiste l'esposizione corretta in assoluto, ma l'esposizione corretta per i fini espressivi del fotografo.
|
E questo và a braccetto con il significato intimo della fotografia come mezzo espressivo:
|
Una fotografia é "bella" quando comunica qualcosa: un messaggio, un'idea, una sensazione.
|
Analizziamo ora ognuno dei tre aspetti dell'esposizione: diaframma, tempo di esposizione e sensibilità ISO equivalente.
L'ottica
di una fotocamera ha lo scopo principale di mettere a fuoco il soggetto
alla lunghezza focale desiderata (nel caso degli obbiettivi fissi,
questa non si può ovviamente cambiare). Dentro il gruppo ottico c'é
però un altro elemento molto importante che non viene utilizzato per
raggiungere lo scopo appena descritto ma altri due che diremo in
seguito: il diaframma. Il diaframma consiste in una serie di
lamelle disposte in maniera tale da creare un buchetto concentrico con
l'asse dell'obbiettivo (tanti ringraziamenti a Stefano Arcidiacono di PhotoRevolt per le due foto seguenti).
Mediante
la ghiera sull'obbiettivo oppure per via elettronica mediante degli
attuatori è possibile allargare o chiudere ulteriormente questo foro,
attraverso il quale passa la luce che arriverà poi sul sensore digitale
(o sulla pellicola).
Il diaframma è presente anche nelle fotocamere
digitali (in quelle in cui è regolabile in vari passi, quindi in quelle
non di fascia bassissima), anche se non visibile dall'esterno. Attenzione a non confondere il diaframma con l'otturatore:
quest'ultimo può essere effettivamente realizzato con lo stesso
principio (si chiama in questo caso otturatore centrale, diverso
dall'otturatore a tendina delle reflex digitali e non) ma ha lo scopo
di nascondere completamente o di esporre completamente il sensore alla
luce proveniente dal gruppo ottico.
Durante la fase di messa a
fuoco e di composizione il diaframma si apre alla massima apertura
consentita dall'obbiettivo, in modo da permettere all'autofocus di
lavorare al meglio e al fotografo di vedere attraverso il mirino
(ottico o elettronico che sia) ad una luminosità decente. Al momento
dello scatto il diaframma si porta alla posizione scelta, per poi
tornare alla massima apertura dopo l'acquisizione dell'immagine.
Il
diaframma viene espresso in una forma un po' particolare: si indica con
qualcosa del tipo f/n, dove n si chiama valore di apertura ed é un
numeretto. Non vengono utilizzati tutti i numeri, ma sono una serie ben
definita:
diaframma più aperto... più luce... |
...diaframma più chiuso ...meno luce |
f/1 |
f/1.4 |
f/2 |
f/2.8 |
f/4 |
f/5.6 |
f/8 |
f/11 |
f/16 |
f/22 |
f/32 |
f/45 |
f/64 |
La
prima cosa da notare é che più é grande il numero, più é chiuso il
diaframma (il buchetto attraverso il quale deve passare la luce é più
stretto, e quindi ne passa meno), quindi attenzione a non fare
confusione.
La seconda questione fonte di confusione é la
seguente: cosa si intende per "aumentare il diaframma"? Generalmente
vuol dire aumentare il numeretto e quindi chiudere il diaframma, e non
viceversa come potrebbe sembrare. Quindi, aumentare il diaframma vuol
dire passare da f/2 a f/11 (a dir la verità ho trovato fonti che
indicavano il contrario, ma questa é la versione più... popolare).
Perché questa strana serie di numeri, e non diaframma f/1, f/2, f/3, che era più semplice?
Tutto deriva da queste due scelte:
si é definito valore di apertura come rapporto tra focale e diametro del foro di passaggio della luce;
si
é voluto imporre che ogni cambiamento del valore del diaframma
corrispondesse ad uno "stop", cioè al raddoppio o al dimezzamento della
quantità di luce.
La prima
affermazione dice che il valore di apertura non é un numero a caso, ma
corrisponde al rapporto tra la focale (cioè la distanza tra il sensore
e il centro ottico della lente) e il diametro del foro del diaframma.
Questo spiega perché questa notazione strana per i diaframmi: f/2 vuol
dire che il diametro del foro é pari a alla focale (indicata con la
lettera f) fratto 2. Considerando una obbiettivo con focale fissa a
50mm, impostando un diaframma pari a f/2 vuol dire che il foro ha un
diametro di 25mm. Se impostiamo un diaframma paria f/11, otteniamo un
diametro del foro pari a 50mm/11=4.55mm: molto più piccolo!
La
seconda affermazione dice che si vuole che ad ogni cambiamento del
valore diaframma corrisponda un aumento o una diminuzione della luce di
uno "stop" (si veda più avanti nel paragrafo Relazione tra tempi, diaframmi e ISO).
Uno "stop" è una variazione di un parametro dell'esposizione del doppio
(si dice "+1 stop") o della metà (si dice "-1 stop"). Si vuole quindi
che ogni tra un diaframma e il successivo ci sia un raddoppio o un
dimezzamento (a seconda se stiamo chiudendo o aprendo) della luce che
passa attraverso il foro.
Tale quantità di luce dipende ovviamente
dalla superficie del foro stesso, quindi é proporzionale ad un'area e
non ad una lunghezza lineare. Dipende dai mm quadrati, e non dai mm
semplici, per capirsi. Da qui la successione dei numeri strani.
Domanda: se ho un diaframma f/1, qual'é il prossimo valore di apertura
che corrisponde ad un raddoppio dell'area del forellino?
Fingiamo che il foro sia quadrato, e che f/1 corrisponda ad un foro con
un lato di 1mm: l'area è 1mm x 1mm = 1mmq (1 millimetro quadrato).Il
prossimo diaframma deve avere un'area doppia, quindi 2mmq. Il lato del
quadrato? Bisogna utilizzare la radice quadrata, quindi si ha che il
lato é radice di 2, quindi 1,4148, approssimato in... 1.4. L'abbiamo
trovato!
Concludendo: questa strana successione di valori di diaframma deriva
dal fatto che si vuole un raddoppio o un dimezzamento dell'are del
foro, e quindi una moltiplicazione o una divisione per la radice di 2.
Interessante!
Il valore ottenuto viene approssimato con una cifra decimale. Se uno vuole può farsi i conti per bene:
Diaframma |
Valore di apertura del diaframma |
Valore precisissimo |
f/1 |
1 |
1 |
f/1.4 |
1.4 |
1,4142135623730950 |
f/2 |
2 |
2 |
f/2.8 |
2.8 |
2,8284271247461900 |
f/4 |
4 |
4 |
f/5.6 |
5.6 |
5,6568542494923801 |
f/8 |
8 |
8 |
f/11 |
11 |
11,3137084989847603 |
f/16 |
16 |
16 |
f/22 |
22 |
22,6274169979695207 |
f/32 |
32 |
32 |
f/45 |
45 |
45,2548339959390415 |
f/64 |
64 |
64 |
Torniamo a parlare di... fotografia. A cosa serve quindi il diaframma? Per altri due scopi molto importanti:
limitare la luce che arriva al sensore, allo scopo di ottenere l'esposizione corretta;
creare l'effetto di profondità di campo.
Sul primo effetto penso ci sia poco da dire: se il foro è più stretto passa meno luce, se il foro é largo passa più luce.
Sinceramente
non mi è ancora chiarissimo perchè... questo foro non compaia anche
nella foto ;-), ma penso sia un miracolo dell'ottica al di là della mia
comprensione.
Anche la spiegazione intima del secondo
effetto non é poi così intuitiva. In pratica quello che succede é che
il piano di fuoco non é in realtà un piano sottilissimo, ma una zona di
spazio, che ha un inizio e una fine. La profondità di campo é quindi la
lunghezza di questa zona in cui considero tutti i soggetti in essa
contenuti a fuoco.
Si verifica che:
se diminuisco il diaframma (aumento il diametro del foro), diminuisce la profondità di campo;
se aumento il diaframma (diminuisco il diametro del foro), aumenta la profondità di campo.
La profondità di campo merita un articolo a sé, ma per ora basta aver capito il legame tra questa e il valore di diaframma.
Altre informazioni si possono trovare a questi links:
Megapixel.net - Depth of field (in inglese)
DPReview - Depth of field (in inglese)
PhotoRevolt - La profondità di campo (in italiano)
Assieme
al diaframma e alla sensibilità ISO, il tempo di esposizione é la terza
componente dell'esposizione. E' il più intuitivo: si tratta del tempo
per il quale lascio che la luce, passata attraverso il foro del
diaframma, colpisca il sensore della fotocamera digitale.
Se diminuisco il tempo di esposizione, diminuisce la quantità di luce. Semplice, no?
L'elemento sensibile (pellicola, sensore) non reagisce immediatamente
alla luce, ma ha bisogno di un certo tempo per... impressionarsi, cioè
per cattura l'immagine. Se "tolgo" la luce molto prima del tempo
corretto, il risultato é una foto che ha appena cominciato a formarsi,
ad emergere dal nero di sottofondo: la foto é sottoesposta.
Se invece lascio la luce per troppo tempo, la foto comincia a
"bruciarsi": i suoi colori tendono ad arrivare al bianco: la foto é sovraesposta.
Come vedremo in seguito una foto non é sottoesposta o sovraesposta a
causa del solo tempo di esposizione, ma a causa di un'esposizione non
corretta, quindi di una scelta errata della terna tempo/diaframma/ISO.
Come
per il diaframma, il tempo di esposizione non ha valori a caso ma segue
la logica dello "stop" tra un valore e il successivo, cioè raddoppio o
dimezzamento della quantità di luce che arriva al sensore.
Qui é
tutto più semplice però: partendo dal tempo di 1s, la metà e 1/2s, la
meta di questo é 1/4 e così via, espressi quasi sempre come frazioni di
secondo. Verso l'alto si hanno 2s, 4s, 8s, 16s, ... I valori usualmente
utilizzati sono approssimati a valori più... carini (es: 1/64s é
approssimato a 1/60s).
tempi più corti... |
...tempi più lunghi |
1/2000s |
1/1000s |
1/500s |
1/250s |
1/125s |
1/60s |
1/30s |
1/15s |
1/8s |
1/4s |
1/2s |
1s |
2s |
4s |
8s |
16s |
Come
per il diaframma (che influenza la profondità di campo), anche il tempo
di esposizione ha un risvolto importante nella foto in sé, al di là
dell'esposizione: la cattura del movimento.
Se il soggetto
della foto é in movimento, la scelta del tempo di esposizione può
portare a due risultati: il "congelamento" del movimento se ho scelto
un basso tempo di esposizione, o l'effetto "mosso" se ho scelto un
tempo di esposizione elevato. Il tempo di esposizione minimo per
"congelare" un movimento dipende dalla velocità del movimento stesso:
se voglio fotografare una persona che cammina basta 1/250s, per fermare
le ali di un colibrì in volo ci vuole 1/2000s.
Un'altra
possibile causa di foto mosse oltre ad un soggetto in movimento é... il
fotografo in movimento! Penso sia capitato a tutti di scattare una foto
"mossa" a causa della mano poco ferma, problema che comincia ad
evidenziarsi per tempi di esposizione sotto al 1/60s.
Come già scritto nel precedente articolo "Scelta della fotocamera digitale",
le fotocamere digitali hanno la possibilità di impostare la sensibilità
ISO. Ovviamente si tratta di una "sensibilità ISO equivalente", perché
non c'é la pellicola. Cambiare la sensibilità ISO equivalente della
fotocamera digitale ci permette di adattarci alla luminosità
dell'ambiente in cui stiamo fotografando.
Vediamo un esempio classico.
Vogliamo scattare delle foto in chiesa durante un matrimonio ma non ci
é permesso utilizzare il flash. A ISO100, a diaframma aperto al
massimo, otteniamo un misero 1/4s, assolutamente troppo lungo sia per
una foto senza treppiede, sia per i movimenti delle persone che
vogliamo fotografare.
La soluzione é semplice: impostiamo a ISO1600 e otteniamo un tempo di
esposizione 1/64s, sufficiente per evitare un mosso e per congelare i
movimenti dei soggetti. La contropartita si paga in termini di rumore:
solo le reflex digitali producono immagini ancora accettabili a queste
sensibilità così elevate. E comunque quasi sempre fotografare con
rumore é meglio che non fotografare affatto...
Come
si può aumentare la sensibilità del sensore della fotocamera digitale?
Si tratta alla fine di un'amplificazione elettronica di un segnale
(quello proveniente dal sensore, appunto). E' come alzare il volume
dello stereo di casa, o meglio ancora alzare il volume di un microfono.
E continuando con l'analogia con l'audio, vi sarete accorti che alzando
il volume del microfono, avete anche aumentato il rumore sovrapposto al
segnale utile (es: la voce di qualcuno che parla): magari vi andava
bene lo stesso, perché il vostro scopo é solamente permette alle
persone in fondo ad una sala di sentirvi mentre parlate ad una
conferenza. Ma se siete un ingegnere del suono alla Scala di Milano per
registrare un concerto, non vi va bene affatto: dovete prendere delle
decisioni drastiche, tipo cambiare attrezzatura per una migliore. Allo
stesso modo, aumentando la sensibilità ISO equivalente avete "alzato il
volume" della foto, però vi siete portati dietro anche il rumore che
prima era inavvertibile. Ok se é la foto di un momento a voi caro
(echissenefrega del rumore, tanto la mia ragazza non sa neanche che
esiste 'sto rumore), ma non vi va bene se siete un fotografo di
matrimoni e le vostre foto le vendete (a caro prezzo, aggiungo): meglio
passare ad una reflex digitale con menu rumore.
Per
ultimo: anche per la sensibilità ISO (come per i diaframmi e i tempi di
esposizione) si é deciso di scegliere valori distanti di uno "stop",
quindi corrispondenti al dimezzamento o al raddoppio della luce
convertita dal sensore. Quindi i valori tipici sono:
meno sensibile... meno rumore... |
...più sensibile ...più rumore |
ISO50 |
ISO100 |
ISO200 |
ISO400 |
ISO800 |
ISO1600 |
ISO3200 |
Abbiamo
parlato sopra delle tre componenti dell'esposizione: diaframma, tempo
di esposizione e sensibilità ISO equivalente. Ora arriva il bello:
capire come queste tre variabili sia legate fra loro per creare
l'esposizione.
Il concetto fondamentale é il seguente:
|
L'esposizione desiderata si può ottenere con diverse terne (cioè tre valori, una tripla) di tempo/diaframma/ISO.
Queste terne sono tutte equivalenti tra loro ai fini dell'esposizione stessa.
|
Meglio chiarire con un esempio.
Nella mia fotocamera digitale imposto una sensibilità ISO200, perché
c'é una bella giornata di sole e penso di non avere problemi di scarsa
luminosità. Punto verso il viso della mia Stefi e la fotocamera sceglie
i valori di f/8 e 1/125s per diaframma e tempo.
Cosa faccio?
Ok, mi va bene f/8 e 1/125s, scatto. Oggi non sono molto creativo.
Voglio
un diaframma più aperto per avere una profondità di campo minore e
isolare il viso del mio amore rispetto allo sfondo, quindi scelgo f/4.
Un diaframma f/4 è due stop in più (da f/8 a f/5.6 e da f/5.6 a f/4),
quindi ho due possibilità: o diminuisco di due stop il tempo di
esposizione, quindi da 1/125s passo a 1/500s, oppure diminuisco di due
stops la sensibilità, da ISO200 a ISO50.
La mia Stefi sta' correndo su un prato, quindi voglio un tempo di esposizione di 1/500s per fermare il movimento..
Rispetto a 1/125s ho due stop in meno (da 1/125s a 1/250s e da 1/250s a
1/500s), quindi ho due possibilità: o aumento di due stop il diaframma,
quindi da f/8s passo a f/4s, oppure aumento di due stops la
sensibilità, da ISO200 a ISO800.
Da quanto detto sopra, tutte queste terne sono equivalenti, ai fini dell'esposizione:
Sensibilità ISO |
ISO200 |
ISO200 |
ISO50 |
ISO800 |
Diaframma |
f/8 |
f/4 |
f/4 |
f/8 |
Tempo |
1/125s |
1/500s |
1/125s |
1/500s |
Si
vede che in ogni colonna c'é un valore che resta fermo e due valori che
cambiano ma in direzione opposta: uno due stop in più, l'atro due stop
in meno, per lasciare inalterata l'esposizione.
Di solito
la sensibilità ISO viene impostata prima di cominciare a fotografare, e
poi non si tocca più (ammenoché non entriamo in una chiesa buia da
ISO800 dopo una giornata di sole all'aperto da ISO100), anche perché le
fotocamere digitali di solito permettono di cambiare ISO solo nel menu,
quindi con un'operazione non molto veloce.
Normalmente si
preferisce giocare con tempi e diaframmi, i cui valori si posso
cambiare velocemente con delle ghiere a portata di pollice, senza
staccare l'occhio dal mirino.
Attenzione però a non raggiungere i limiti inferiori o superiori delle
tre variabili in gioco: se ad esempio l'esposimetro ci indica f/8
1/1000s, se vogliamo f/4 dobbiamo assicurarci che la fotocamera possa
scattare a 1/4000s. Se così non é non possiamo aprire il diaframma a
f/4, pena una foto sovraesposta.
Due interessanti articoli in italiano su questo argomento sono Stop & regola della reciprocità e Esposizione corretta, entrambi dall'ottimo PhotoRevolt. Sullo stesso sito, se volete divertirvi con il bricolage, c'é un articolo "Stop disc" con cui potete costruire un regolo calcolatore circolare, per giocare con le terne tempo/diaframma/ISO.
In
alcuni articoli relativi all'esposizione fotografica ho trovato una
simpatica ed efficace metafora per esplicare ancor meglio questo
concetto un po' astruso.
Supponiamo di indicare il sensore della
fotocamera con un... secchio. L'esposizione corretta consiste nel
riempire perfettamente il secchio con dell'acqua: non deve succedere
che ne metto meno (sottoesposizione), non deve succedere che l'acqua
esca dal secchio perché ne ho messa troppa (sovraesposizione). L'acqua,
come avrete già capito, è la luce che colpisce il sensore e che forma
l'immagine. Come la luce prima di arrivare al sensore viene "dosata"
dalla fotocamera, anche l'acqua che andrà a riempiere il secchio viene
controllata da un rubinetto.
Cosa
potrebbe essere in questa metafora il diaframma? Semplice, un diaframma
più o meno aperto corrisponde al rubinetto più o meno aperto. Se il
rubinetto è aperto completamente, riempio il secchio molto velocemente,
se è praticamente chiuso ci metto una vita.
E il
tempo di esposizione? Corrisponde al tempo per il quale tengo aperto il
rubinetto: più tempo lo tengo aperto, più il secchio si riempie
velocemente.
E la sensibilità ISO? Beh, è la
capacità del secchio, cioè quanta acqua può contenere. ISO100 potrebbe
corrispondere ad un secchio da 100 litri, ISO400 (quattro volte più
sensibile) potrebbe corrispondere ad un secchio di 25 litri (quattro
volte più piccolo, ci vuole meno a riempirlo).
Il
riempimeno perfetto del secchio, ovvero l'esposizione corretta, dipende
quindi dall'apertura del rubinetto, dal tempo in cui rimane aperto e
dalla grandezza del secchio (rispettivamente diaframma, tempo di
esposizione e sensibilità ISO equivalente). Semplice!
In
passato, prima dell'arrivo dell'elettronica nelle fotocamere, il buon
fotografo doveva calcolarsi praticamente ad occhio diaframma e tempo di
esposizione. La situazione si è evoluta parecchio, tant'è che oggi le
fotocamere moderne (digitali e non) sono dotate di un sistema di
misurazione della luce per il calcolo dell'esposizione corretta: il sistema di esposizione automatica (AE, Automatic Exposure).
Generalmente viene utilizzato un sistema che, utilizzando elementi
elettronici sensibili alla luce disposti in vari punti del fotogramma,
misura la luce effettivamente passante attraverso l'ottica e pronta per
arrivare al sensore (o alla pellicola): si tratta di un sistema TTL (Through the lens, attraverso le lenti).
Il sistema di esposizione automatica della fotocamera funziona così:
legge la luminosità dell'inquadratura (o di parte di essa, come vedremo
in seguito) e calcola l'esposizione (diaframma/tempo e sensibilità ISO)
cercando di ottenere una luminosità pari ad un grigio 18% (questa
scelta deriva dal fatto che si é osservato che il grigio 18% é
statisticamente la luminosità media della gran parte delle foto).
Da qui un cosa importantissima da capire:
|
Alla
fotocamera niente frega se stiamo fotografando una distesa di neve
fresca bianchissima o il cofano di una Ferrari nera, per entrambi
calcola l'esposizione al fine di ottenere... una neve grigia al 18% e
una Ferrari grigia al 18%: è il fotografo che deve capire di essere in
una situazione "anomala" e di correggere l'esposizione proposta dalla
fotocamera.
|
Attenzione,
si tratta di un punto cruciale di questo articolo: l'esposimetro
automatico delle macchine fotografiche moderne, dalla reflex
superprofessionale alla compattina economica da ipermercato, calcolano
tempo e diaframma (una volta impostata la sensibilità ISO) per ottenere
un'esposizione corretta del famoso grigio al 18%. Il fatto che
scattiamo con priorità di tempi o diaframmi, o che utilizziamo una
misurazione matrix oppure spot, poco importa: il concetto fondamentale
è che l'esposizione automatica è tarata su un valore medio, che va bene
per l'80% delle foto, ma che nel restante 20% cannerà alla grande.
Perché l'esposimetro automatico sbaglia in quel 20% delle foto?
Perché
ci sono situazioni particolari in cui l'esposimetro automatico viene
"ingannato". La realtà è che l'esposimetro automatico fà SEMPRE per
bene il suo lavoro (a meno di difetti della fotocamera, ovvio).
|
Il
problema che l'esposizione calcolata è corretta secondo i parametri
dell'esposimetro automatico (il famoso grigio 18%), ma può non esserla
secondo le intenzioni del fotografo. Quindi, dobbiamo metterci in testa
che l'esposimetro automatico è uno strumento che bisogna imparare ad
usare, ma che talvolta bisogna anche "correggere".
|
Ecco
delle foto in cui l'esposimetro automatico ha svolto egregiamente il
suo lavoro, ma i cui risultati non sono quelli desiderati...

La luce dalla finestra ha ingannato l'esposimetro, che ha sottoesposto i tavoli in primo piano.

La luce dalla finestra ha ingannato l'esposimetro, che ha sottoesposto i tavoli in primo piano.

La neve doveva essere bianca, non grigia...
Ovviamente ci sono degli strumenti che permettono al fotografo di "correggere" oppure "aiutare" l'esposizione automatica: la compensazione dell'esposizione, il blocco dell'esposizione mediante il pulsante AEL, le diverse misurazioni dell'esposizione (matrix, center-weighted, spot). Oltre ovviamente all'esposizione manuale, dove facciamo tutto noi.
Succede
spesso di non essere soddisfatti dell'esposizione proposta dalla
fotocamera, e di volerla modificare. D'altra parte nel paragrafo "La misurazione esposimetrica delle fotocamere"
abbiamo detto che l'esposizione viene calcolata con il riferimento di
un grigio 18%, che potrebbe non essere quello che vogliamo. Una
possibilità ovvia é quello di modificare il tempo di esposizione o il
diaframma o entrambi, passando in modalità manuale M. Questa
possibilità ha vari inconvenienti.
La
modalità completamente manuale richiede molta esperienza, e non è
facile indovinare l'esposizione quando le condizioni non sono
"stabili". Tante volte perdere la situazione non ci concede neanche
qualche secondo per provare l'esposizione. E' anche per questo che
hanno inventato l'esposimetro automatico!
Con
l'esposizione manuale si riesca a centrare precisamente l'esposizione
con la precisione delle frazioni di stop, visto che normalmente sia i
valori dei tempi che i diaframmi sono con scale con passi di uno stop.
Se
voglio scattare più foto nella stessa situazione, devo correggere
scatto per scatto. Ad esempio: giornata sulla neve, per ogni scatto
dovrei aumentare l'esposizione a causa dello sfondo bianco che porta la
fotocamera a sottoesporre.
La soluzione a questi inconvenienti é la compensazione dell'esposizione:
si tratta di una regolazione attuabile anche in frazioni (1/2, 1/3) di
stop, in un range limitato, di solito da +2 stop a -2 stop. L'unità di
misura della compensazione dell'esposizione é l'EV (exposure value), ma
1EV é uno stop, quindi niente di nuovo. A seconda della
"professionalità" della fotocamera, la compensazione dell'esposizione
si può effettuare mediante la pressione di un pulsantino e la rotazione
di una rotellina, oppure mediante una ghiera predisposta. Nella mia
Minolta 7D c'è quest'ultima soluzione, con il plus di avere a
disposizione due scale con passi di 0.3ev e di 0.5ev. E siccome alla
Minolta erano dei grandi, quando sono in priorità di diaframma la
seconda rotellina a portata del mio pollice regola velocemente la
compensazione dell'esposizione: comodissimo!
 |
Nelle fotocamere digitali compatte (non reflex) la compensazione dell'esposizione và a braccetto con la lettura dell'istogramma
in tempo reale, quando disponibile: un clipping dovuto ad una
sovraesposizione si può correggere in un batter d'occhio regolando di
conseguenza con la regolazione fine della compensazione
dell'esposizione.
La
scelta di quali punti o regioni debbano essere effettivamente
utilizzate per la misura della luminosità influenza pesantemente
l'esposizione, come si può facilmente immaginare. Proprio per questo,
le fotocamere mettono a disposizioni varie modalità di misura della
luce, in modo che il fotografo possa scegliere quella corretta per la
scena che sta' fotografando.
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Misurazione di tipo matrix (matrice)
In questa modalità la fotocamera misura l'intera area del fotogramma.
Questo tipo di misurazione é utili quando la scena é omogenea, senza
forti contrasti tra il soggetto e lo sfondo, come ad esempio un
paesaggio.
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Misurazione ti tipo center-weighted (pesata al centro)
Come la precedente ma meno estrema, nel senso che non viene misurato un
punto ma piuttosto l'area centrale del fotogramma. Questo tipo di
misurazione é utile quando la scena comprende il soggetto importante
che occupa la porzione centrale.
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Misurazione di tipo spot (punto)
In questa modalità la misurazione esposimetrica avviene solo per il
punto centrale del fotogramma. Qualche volta viene indicato nelle
caratteristiche tecniche della fotocamera l'area di tale punto,
qualcosa dell'ordine del 10% dell'area totale del fotogramma.
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Come
già accennato sopra, la misurazione esposimetrica di tipo spot può
essere utilizzata per risolvere situazioni particolari: ad esempio, un
ritratto di una persona in uno sfondo innevato. Una misurazione tipo
matrix in questo caso porta ad una sottoesposizione della persona, a
causa della neve bianca che, nella media di tutto il fotogramma,
inganna il calcolo dell'esposizione (ricordo che la fotocamera punta ad
una luminosità media pari ad un grigio 18%). Utilizzando invece la
misurazione spot sulla persona, questa viene correttamente esposta,
ovviamente al costo della sovraesposizione della neve.
Un'altro
utilizzo interessante della misurazione spot é come... strumento di
misura vero e proprio: puntandolo la fotocamera verso i vari punti
della scena abbiamo un'idea delle differenze di luminosità. Questo ci
può aiutare a capire, per esempio, quanti stops ci sono tra la zona di
luminosità maggiore e quella di luminosità minore (si veda il paragrafo
La dinamica delle fotocamere digitali).
Per i fortunati possessori della 7D, la pressione del pulsante AEL attiva anche la misurazione spot: comodo!
Le
prime volte che ho avuto per le mani la mia Minolta A1, non avevo idea
di cosa facesse il pulsante AEL. L'ho scoperto dopo che la sua
pressione accidentale mi aveva rovinato una serie di foto: scoprii
sulla mia pelle che "congela" l'esposizione calcolata al momento della
sua pressione, basandosi quindi su quello che in quel momento era
inquadrato nel fotogramma. Inizialmente, solo una fonte di guai.
Poi
ho avuto occasione di scoprire come questo pulsantino sia utile e
necessario. Prima di tutto, da menù di solito è possibile impostare se
tale pulsante effettua la sua funzione solo durante la sua premuta
oppure se funziona passo-pass, cioè attiva il blocco dell'esposizione
alla prima premuta, e si sblocca alla seconda.
Eccovi una serie di situazioni difficili in cui il pulsante AEL vi permette di cavarvela con buoni risultati.
Succede
spesso che si debba fotografare delle persone o un panorama con un bel
cielo luminosissimo come sfondo: sicuramente l'esposimetro automatico
viene ingannato da tanta luce sottoespone il soggetto principale della
foto. Si può intervenire in vari modi, questo è molto carino: si sposta
temporaneamente l'inquadratura verso il basso, in modo da non vedere il
cielo chiaro, bloccare l'esposizione con il pulsante AEL, ricomporre e
scattare! Sicuramente il cielo viene sovraesposto, ma i soggetti sono
ok!
Se
volete scattare una serie di foto consecutive di un panorama
mozzafiato, in modo da ottenere una superfoto incollandole assieme con
gli appositi programmi, ricordatevi di bloccare l'esposizione con il
pulsante AEL, tutte le foto devono avere la stessa esposizione!
Mi
è capitato ad un matrimonio di vedere una situazione in cui il
fotografo ufficiale (con fotocamera a pellicola) doveva riprendere il
taglio della torta da parte degli sposi. Il problema era che lo sfondo
era quanto peggio si potesse immaginare: il cielo di mezzogiorno della
pianura padana, un grigio chiarissimo con vaghi sentori di celeste.
Chiaramente l'esposizione automatica avrebbe portato a delle sagome
scure al posto degli sposi, anche a causa della torta di panna
bianchissima... Il fotografo non si è scoraggiato, ha fatto mettere una
mano aperta del suo assistente davanti alla torta, l'ha misurata con la
misurazione spot e poi ha bloccato l'esposizione con il pulsante AEL su
questo valore. La mano ha la stessa "luminosità" dei visi degli sposi,
quindi le foto scattare sicuramente brucieranno il cielo nello sfondo
(comunque non era un elemento interessante) ma avranno un'esposizione
corretta sui visi degli sposi, l'elemento più importante della
composizione.
Siccome alla Minolta sono svegli, sulla mia 7D
quando premo il pulsante AEL otre al blocco delll'esposizione ho anche
un effetto collaterale molto gradito: sulla scala dell'esposimetro
dentro il mirino compare la tacca sopra lo 0 indicante l'esposizione
bloccata, e una tacca mobile dell'esposimetro spot! In questo modo è
possibile misurare velocemente la luminosità delle varie parti del
fotogramma, allo scopo ad esempio di verificare se la dinamica della
composizione sia compatibile con il sensore oppure se sia necessario
sacrificare (sovraesporre o sottoesporre) qualcosa.
Solo
qualche accenno agli esposimetri esterni, cioè quegli strumenti
(esterni alla fotocamera) che servono per la misura della luce allo
scopo del calcolo della corretta esposizione fotografica. Gli
esposimetri esterni vanno tarati secondo la sensibilità ISO impostata
nella fotocamera, e una volta misurata la luce restituiscono una serie
di coppie tempo di esposizione/diaframma corrette. Corrette sempre il
solito schema che prevede una luminosità media corrispondente ad un
grigio 18%, come negli esposimetri interni alle fotocamere.
Fin
qui, niente di nuovo rispetto all'esposimetro interno alla fotocamera.
Quelo che alcuni esposimetri esterni permettono è la misurazione della
luce incidente. La misura dell'esposimetro interno alla fotocamera è
relativa infatti alla luce riflessa, cioè la luce prodotta da una fonte
luminosa (sole, luce atificiale, flash, ...) riflessa dal soggetto
verso l'obbiettivo della fotocamera. Gli esposimetri a luce incidente
invece misurano la luce effettivamente incidente sul soggetto, e
forniscono un dato più preciso e "diverso" rispetto al precedente.
Certo che il fotografo deve avere una grande esperienza
nell'interpretare i dati di luminosità incidente e riflessa, ottenuti
in varie posizioni del soggetto e in varie direzioni. Infatti, si
tratta di strumenti che solitamente hanno senso solo in mano a
professionisti.
Nel
paragrafo precedente sono stati descritti i modi di funzionamento del
sistema di esposizione automatica, cioè del sistema di misurazione
della luce che possa indicare al fotografo l'esposizione corretta.
Ovviamente non é stato sempre così: le prime fotocamere erano solo
meccaniche, e il fotografo doveva avere l'esperienza di capire
praticamente senza aiuto quale combinazione tempo/diaframma era
corretta per quella situazione.
Oggi, fortunatamente per noi poveri
adepti, non é più così, siamo coccolati dall'elettronica che se lo
vogliamo sceglie tutto per noi. Non parliamo poi dell'autofocus...
Durante
l'evoluzione dei sistemi di esposizione automatica si sono delineati
quelli che si chiamano "programmi", cioè delle modalità (presenti in
tutte le fotocamere decenti, di tutte le marche) di aiuto totale o
parziale alla scelta dell'esposizione per chi come noi vuole imparare a
fotografare sul serio e non vuole solo "puntare e scattare".
Modalità AUTO:
é la modalità completamente automatica, alla "punta e scatta", in cui
la fotocamera sceglie tempo, diaframma e sensibilità ISO come le pare.
Da ignorare, altrimenti questo articolo non avrebbe senso :-)))
Modalità P (programmed):
su questa modalità ci sono varie interpretazioni. Nella mia Minolta A1,
in pratica è come la modalità AUTO, con la sola differenza che è
possibile imporre la sensibilitàISO e di passare temporaneamente in
priorità di diaframma o priorità di tempi utilizzando le rotelline su
pollice e indice. In altre fotocamere viene permesso di scegliere varie
coppie di tempo/diaframma, equivalenti ai fini dell'esposizione. In
rete ho trovato riferimenti per questa modalità alle cosidette "scene":
sport, ritratto, panorama. Se ad esempio selezioniamo ritratto, la
fotocamera cerca di selezionare un diaframma aperto per avere una
profondità di campo limitata, ottima per evidenziare il soggetto
rispetto ad uno sfondo fuori fuoco. Secondo me anche questa modalità é
da evitare, perché questo tipo di considerazioni... dovrebbe farle il
fotografo!
Modalità A (aperture priority) - priorità di diaframma:
in questa modalità é possibile imporre il diaframma e la fotocamera,
sulla base delle sue letture esposimetriche, calcola il tempo di
esposizione. Questa modalità é ottima se ci interessa imporre la
profondità di campo, limitata per un ritratto o estesa per un panorama,
magari tenendo d'occhio il tempo di esposizione scelto dalla fotocamera
solo per controllare che non sia troppo alto se i soggetti si muovono o
scattiamo a mano libera, senza treppiede.
Modalità S (shutter speed priority) - priorità di tempi:
in questa modalità é possibile imporre il tempo di esposizione, e la
fotocamera, sulla base delle sue letture esposimetriche, calcola il
diaframma corretto. Questa modalità é da scegliere quando ci interessa
il movimento del soggetto, sia se vogliamo congelarlo (quindi
scegliendo un valore basso di tempo di esposizione), sia se desideriamo
il mosso (quindi scegliendo un valore alto, ad esempio vogliamo
fotografare una cascata con l'effetto tanto carino dell'acqua che si
muove).
Modalità M - esposizione manuale:
in questa modalità si decide tutto a mano, tempo e diaframma. Da
utilizzare quando non siamo soddisfatti di quanto ha deciso la
fotocamera nei due casi precedenti. Succede, l'esposimetro elettronico
non é perfetto e neanche può sapere che tipo di risultato finale
desideriamo per la nostra foto. In questi casi ci sganciamo dalle
modalità A o S e ci portiamo in M, magari impostando tempo e diaframma
come ci era stato proposto, e aggiustando a piacere. Uno strumento
molto utile in generale per valutare l'esposizione e ancor di più in
questo caso é l'istogramma.
In
questo paragrafo (assolutamente non esaustivo sull'argomento) solo
qualche consiglio per cominciare a giocare con la fotografia, basato
sulla mia esperienza personale e su quello che si dice in giro, da
parte di persone molto più competenti di me.
Personalmente utilizzo quasi sempre la priorità di diaframma,
inquanto mi permette di decidere la profondità di campo, uno degli
elementi compositivi più efficaci di una foto. A grandi linee, cerco di
utilizzare f/2.8-f/5.6 per i ritratti, in cui lo sfondo debba essere
piacevolmente fuori fuoco in modo da esaltare il soggetto, e f/11-f/13
per i panorami in cui tutti gli elementi debbano essere a fuoco.
Una volta impostato il diaframa e la sensibilità ISO, bisogna
controllare il tempo di esposizione risultante. Come avete ben capito
esistono due vincoli da rispettare per evitare di ottenere una foto
mossa: uno legato ai movimenti del soggetto, e uno legato ai movimenti
della fotocamera.
Vincolo relativo ai movimenti del soggetto.
Per i ritratti di persone (ferme) si può arrivare anche a 1/20s, ma con
elevata probabilità di mosso se il soggetto si muove: meglio da 1/60s
in su. Se invece volete fotografare un atleta in movimento (mai fatto),
mi sa che bisogna spingersi fino a 1/1000s.
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In questa foto scattata a 1/60s, il braccio della Stefi salutante era troppo veloce, e risulta ovviamente mosso.
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Vincolo relativo ai movimenti della fotocamera.
C'è una regola spannometrica che dice che non si deve mai scattare a
mano libera con tempi maggiori dell'inverso della lunghezza focale
della lente che si stà utilizzando. Ad esempio, se si fotografa con una
lente fissa da 50mm, non superare il tempo di 1/50s (quindi da 1/60s in
giù nell'usuale scala dei tempi). Lo stesso vale per una reflex
digitale come la mia 7D con sensore più piccolo rispetto alle reflex a
pellicola. Questo è un limite indicativo, che può essere oltrepassato
(nel senso che si può aumentare di un pò il tempo di esposizione)
migliorando la tecnica di scatto a mano libera.
Se avete una
fotocamera con ottica o sensore stabilizzato, questo limite migliora di
circa 2 stops. Nel caso di cui sopra, si può spingersi fino a 1/15s.
Questo vincolo non ha più senso se utilizzate un treppiede o una base
solida e stabile. E' per questo che esistono i treppiedi!
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Ecco
una foto non nitida a causa dei movimenti della fotocamera. La foto ha
tempo di esposizione di 1/60s, ma la lente è il famoso "beercan"
(Minolta 70-210/4) con lunghezza focale di 200mm.
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Attenzione:
nulla vieta di fotografare con tempi superiori, sappiate però che la
probabilità di avere delle foto mosse a causa dei movimenti della
fotocamera diventa sempre più elevata, fino a diventare... una certezza!
Le considerazioni di cui sopra si possono ovviamente applicare anche quando impostiamo la priorità dei tempi,
in cui noi settiamo il tempo di esposizione e la macchina fotografica
calcola il diaframma corretto. Non mi piace troppo questa modalità, ma
forse dipende dal tipo di foto che faccio, preferisco di gran lunga la
priorità di diaframma.
Quando utilizzare la modalità manuale?
Secondo la mia esperienza sicuramente quando avete una situazione
stabile dal punto di vista dell'esposizione (ad esempio, uno studio
fotografico) e del soggetto, e non volete sorprese, cioè non volete che
per qualche motivo l'esposimetro automatico cambi le carte in tavola.
Per fortuna vete una digitale, con qualche scatto di prova e con le
verifiche dell'istogramma, dovreste centrare velocemente l'esposizione
desiderata.
Credetemi, se siete in una situazione del genere,
passate in manuale. Vi toglierete una possibile "variabile impazzita"
dalle scatole.
Un
esempio molto particolare, che mi è capitato? Siete in una chiesa con
situazione di luce uniforme, tali da permettervi di scattare senza
flash con sensibilità ISO decentemente elevate (pazzi, ma i risultati
potrebbero essere interessanti). Se lasciate il calcolo continuo
dell'esposizione alla fotocamera, basta inquadrare per sbaglio una
lampadina o il vestito immacolato della sposa o il vestito scuro dello
sposo per ingannare continuamente l'esposimetro automatico e quindi
cannare tante foto, ammenochè non abbiate la velocita di pollice
necessaria e l'abilità di risolvere questi inconvenienti a forza di
compensazione dell'esposizione (inattuabile, in questa situazione in
cui dovete catturare espressioni e movimenti sfuggenti). Quello che
bisogna centrare in questa situazione è l'esposizione corretta dei visi
delle persone, perché queste sono l'elemento fondamentale della
composizione. Bastano due minuti per verificare quale tempo e diaframma
siano i più convenienti, e poi per tutta la cerimonia non dovete
pensare ad altro che comporre e scattare.
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Chiesa di Ponte della Priula, 1/90s a f/2.8, 50mm.
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Ovviamente,
se avete l'esperienza (o volete crearvela) di scattare in manuale in
tutte le situazioni, mi inchino davanti a voi, sicuramente non avete
bisogno di questo articolo...
L'unico
utilizzo per un fotografo della modalità AUTO potrebbe essere...
l'emergenza di cogliere al volo un soggetto improvviso e sfuggente,
senza il tempo di regolare diaframma o tempo di esposizione. Se si è
spesso in questa situazione vuol dire che non siamo a conoscenza di uno
dei segreti della fotografia:
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Sempre, per quanto possibile, bisogna prepararsi mooolto prima dello scatto!
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Attenzione, è un consiglio importantissimo!
"Prepararsi" vuol dire osservare, riflettere, provare, verificare
tutto il possibile prima del momento vero e proprio dello scatto.
Momento in cui, ci siamo passati tutti e ci passiamo continuamente, è
sfuggente e diabolico.
Questo mi ricorda un motto degli Scouts:
"estote parati: non esiste buono o cattivo tempo, ma buono o cattivo
equipaggiamento".
Facciamo un esempio classicissimo: vogliamo fotografare una coppia di amici che si stanno sposando in chiesa.
Facciamo qualche scatto di prova prima della cerimonia, cerchiamo la
sensibilità ISO che ci permetta di evitare sia un rumore troppo elevato
che il mosso dei soggetti, proviamo a esporre qualcosa di simile al
vestito chiaro della sposa e a compensare l'esposizione (sovraesporre,
in questo caso) adeguatamente, proviamo a scattare qualche foto,
consultiamo l'istogramma (fondamentale!), verifichiamo se ci sono
finestre o luci forti che potrebbero ingannare l'esposimetro... In
questo modo, nei momenti topici dovremo solo comporre e scattare,
sicuri di avere scansato sgradite sorprese sull'esposizione delle foto.
Quanto detto per l'esposizione vale ancor di più per la composizione e per tutti gli altri elementi della fotografia.
Sempre nel caso tipico del matrimonio, studiamo anche dove metterci per
fotografare, proviamo le lunghezza focali migliori (se ho lo zoom è
immediato, ma se ho una reflex con obbiettivi a focale fissa...),
verifichiamo che non ci siano particolari sgradevoli nella composizione
(non è bella una foto in cui cresce una pianta sopra la testa della
sposa, eppure non l'avevamo neanche notata in chiesa...), pensiamo a
quali siano i momenti salienti e i soggetti che vogliamo immortalare
(azz... non ho fatto nessuna foto al coretto... e mi sono perso gli
sposi sommersi dal riso...), studiamo la situazione delle luci (chiesa
con lampade al tungsteno e quindi bilanciamento del bianco di
conseguenza, bella questa lama di luce, attenzione a non inquadrare
quella finestra luminosissima che mi rovina la foto evidenziando il
"purple fringing" del mio obbiettivo...).
E chissà quanto altro ancora passa per la testa di un fotografo professionista...
Come
vi sarete sicuramente accorti, gran parte delle caratteristiche e
funzionalità delle fotocamere digitali provengono dal mondo delle
fotocamere a pellicola. Tempi di esposizione, diaframmi, ISO, zoom,
rumore e tante altri concetti sono gli stessi tra i due mondi del
digitale e analogico.
Uno strumento che le fotocamere digitali (e
tutti i software di fotoritocco) mettono a disposizione del fotografo
non ha equivalente nel mondo della pellicola: l'istogramma.
L'istogramma
é un grafico che viene mostrato nelle fotocamere digitali (se la
fotocamera lo permette addirittura in tempo reale mentre si sta'
componendo la scena, più spesso quando si rivede la foto appena
scattata) e in tutti i programmi di fotoritocco, ed esprima la
distribuzione statistica della luminosità della foto. In ascissa (cioè
nell'asse orizzontale), verso destra si và verso luminosità crescete
(verso il bianco), verso sinistra.
Nota per le immagini in
questo paragrafo: gli istogrammi sono quelli prodotti dal programma
GIMP, un software di fotoritocco libero e gratuito. Provatelo!
Supponiamo
di entrare nella... testa di un programma di fotoritocco che deve
calcolare l'istogramma della luminosità di un'immagine (per comodità a
8 bit per colore). Per ogni pixel dell'immagine, il programma calcola
la sua luminosità (si tratta di una media pesata dei valori RGB),
ottenendo un numero da 0 (nero) a 255 (bianco). Poi comincia a
costruire un grafico, una specie di istogramma a 256 (dalla 0 alla 255)
colonne da "riempire": per ogni valore di luminosità, aggiunge "1" alla
colonna relativa a quel valore. Ad esempio, se il primo pixel ha un
valore di luminosità pari a 123, aggiunge "1" alla colonna 123. Alla
fine, se l'immagine é composta da varie tonalità di grigio, si forma un
grafico di cui non ci interessano i valori assoluti, ma piuttosto
l'andamento.
Sembra complicato, ma dopo averci fatto l'occhio non
lo é. Si tratta di individuare la presenza di difetti di esposizione
osservando questo grafico. Facciamo un po' di esempi, per capire come
funziona il tutto.
Com'é l'istogramma della luminosità di un'immagine... completamente bianca?
Il programma trova tutti i pixel con valore di luminosità 255 (bianco
puro), quindi l'istogramma é composto da tutte le colonne a zero tranne
l'ultima (la colonna 255) che ha un'altezza pari al numero di pixel
dell'immagine. Come abbiamo già detto, non ci interessa sapere
l'altezza della riga, ma solo l'importantissima informazione che
l'istogramma é una riga sul bianco puro. Potrebbe essere il caso
estremo di una sovraesposizione stratosferica. Se le vostre foto sono
così, lasciate perdere la fotografia :-)
Com'é l'istogramma di un'immagine... completamente nero?
Caso opposto del precedente: il programma trova tutti i pixel con
valore di luminosità 0 (nero puro), quindi l'istogramma é composto da
tutte le colonne a zero tranne la prima (la colonna 0) che ha
un'altezza pari al numero di pixel dell'immagine. Potrebbe essere il
caso estremo di una sottoesposizione stratosferica.
Com'é l'istogramma di un'immagine... completamente grigia al 50%?
Caso opposto del precedente: il programma trova tutti i pixel con
valore di luminosità 128 (grigia al 50%), quindi l'istogramma é
composto da tutte le colonne a zero tranne la colonna centrale (la
colonna 128) che presenta la famosa riga.
Abbiamo
capito come funzionano gli istogrammi delle immagini composte da un
solo tono di luminosità (bianco, nero o grigio). Proviamo ad analizzare
dei casi un po' più simpatici.
Com'é l'istogramma di un'immagine composta da blocchi con gradazioni di grigio, dal nero al bianco?
Questa é la tipica immagine per la calibrazione dei monitor. Il
programma trova un numero di pixel con una gradazione, poi lo stesso
numero con un altro valore di luminosità e così via. L'istogramma é
composto da poche righe, corrispondenti alle gradazioni di grigio
rappresentate, e dal resto delle colonne a zero perché nell'immagine
non ci sono le luminosità corrispondenti.
Com'é l'istogramma di un'immagine che sfuma gradualmente dal nero al bianco?
Il programma trova lo stesso numero di pixel per ognuna delle possibili
luminosità, dal nero al bianco. L'istogramma é piatto, ed indica una
distribuzione uniforma delle luminosità.
Da
questi due ultimi esempio possiamo già imparare una cosa importante: le
immagini con variazioni graduali e continue della luminosità hanno
istogrammi "continui", magari con picchi e valli ma sempre con la
sommità delimitata da una linea curva continua. Le immagini con
variazioni brusche della luminosità (come il primo esempio) invece
hanno istogrammi composti da righe e buchi, indice di discontinuità
nelle gradazioni. Quest'ultimo caso potrebbe essere quello di immagini
a 8 bit pesantemente elaborate: la causa sono le successive e pesanti
elaborazioni (curve, livelli, saturazioni, filtri vari, ...), l'effetto
é che certe zone dell'immagine hanno perso le variazioni continue di
tonalità e si sono "solarizzate".
Com'é l'istogramma di un'immagine molto chiara?
Questo tipo di immagini viene anche indicato col termine inglese "high
key". Il programma trova tutti i pixel con valori alti della
luminosità, quindi l'istogramma ha le prime colonne (quelle
corrispondenti ai bassi valori di luminosità dal nero ai grigi
intemedi) quasi completamente vuote, mentre le colonne a sinistra (dai
grigi intermedi) verso il bianco si alzano, perché ci sono molti pixel
con luminosità elevata. Il caso estremo é quello di un'immagine
completamente bianca: tutte i pixel hanno aumentato al massimo le
rispettive luminosità, spostando tutti i valori nell'ultima colonna: la
riga vista in precedenza.
Com'é l'istogramma di un'immagine molto scura?
Questo tipo di immagini viene anche indicato col termine inglese "low
key". E' il caso opposto al precedente: colonne di sinistra piene,
colonne di destra vuote. Anche qui si può arrivare al caso estremo di
immagine completamente nera, con istogramma composto dalla sola riga a
sinistra.
Gli
ultimi due esempi sono molto importanti, perché spiegano come capire
dall'istogramma che stiamo sovraesponendo fino a bruciare i bianchi e/o
i neri.
Quello che succede infatti quando sovraesponiamo al di là
dei limiti della fotocamera, é che i pixel raggiungono il limite
massimo di luminosità (che nei nostri esempi era 255) e non possono
superarlo, quindi rimangono incollati a questo valore massimo, creando
una riga sull'ultimissima colonna! Più sovraesponiamo, più aumenta il
numero di pixel a luminosità massima e più aumenta l'altezza
dell'ultima colonna, tanto che il programma di fotoritocco (o il
firmware della fotocamera digitale, se stiamo osservando l'istogramma
sul campo) é costretto a rimpicciolire il resto dell'istogramma.
Nell'immagine, questo corrisponde al fatto che le zone più chiare
perdono qualsiasi dettaglio e gradazione e diventano completamente
bianche, di un bianco che più bianco non si può :-))).
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Ovviamente
succede lo stesso per la sottoesposizione: alcune zone dell'immagine si
scuriscono a tal punto di diventare completamente nere (che più nere
non si può...), quindi perdendo tutti i dettagli e le gradazioni:
nell'istogramma si crea una riga nella primissima colonna a sinistra.
Questo
fenomeno in elettronica si indica con il termine "clipping", e ha
analogie con l'omologo nell'alta fedeltà audio, quando alzando il
volume tentiamo di superare i limiti dell'amplificatore, ma questo non
può erogare più del su massimo e "tosa" le onde del segnale in uscita:
si ha una pesante distorsione.
L'istogramma della luminosità fornisce altre informazioni all'occhio attento, tra cui una valutazione del contrasto dell'immagine. Se definiamo spazio tonale
l'area di grafico in cui si concentra gran parte dei toni dell'immagine
(in pratica, la larghezza del "panettone"), allora si intende per
"contrasto" la misura del tono più chiaro e quello più scuro. In
pratica un'immagine si dice ben contrastata quando occupa tutti i toni
dai più chiari ai più scuri. Ovviamente dipende dall'immagine: la foto
di un muro bianco (pochi toni, panettone molto stretto) non può essere
contrastata come la foto di un bosco autunnale (molti toni diversi,
istogramma ampio).
Fin
qui abbiamo un po' trascurato una... componente fondamentale di
un'immagine: il colore! Cosa succede in questo caso? Beh, abbiamo già
detto all'inizio che l'istogramma ha a che fare con la luminosità e che
trascura la componente colore, in pratica osservando l'immagine come se
fosse a toni di grigio. Il disagio piuttosto é nostro: non é facile
pensare un'immagine in toni di grigio!
C'é un'altra possibilità, molto più potente e interessante: l'istogramma per ognuno dei tre colori fondamentali RGB!
Si scompone l'immagine nei tre "canali" e per ognuna se ne calcola
l'istogramma. Si ottengono tre grafici, quindi tre volte l'informazione
che prima avevamo con il semplice istogramma della luminosità. Di
solito nell'istogramma RGB dei tre colori fondamentali rosso (R, red)
verde (G, green) e blu (B, blu) viene sovrapposto anche il precedente
istogramma della luminosità.
Le
considerazioni sono le stesse fatte finora, solo che adesso possiamo
valutare il clipping anche di un solo canale dei tre. Questo caso
potrebbe non essere evidenziato nell'istogramma delle luminosità, visto
che si tratta di un istogramma "media pesata" dei tre istogrammi dei
canali e che quindi il clipping di un canale potrebbe essere mascherato
dai valori degli altri due. Ad esempio, se fotografiamo una bella rosa
rossa, l'istogramma della luminosità potrebbe sembrare ok, mentre se
osserviamo l'istogramma del canale rosso osserviamo alcune aree con
clipping!
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Da
considerare che spesso può succedere che l'istogramma della luminosità
in tempo reale fornito dalla fotocamera digitale non indichi nessun
clipping, mentre un'analisi attenta dei tre canali RGB in un programma
di fotoritocco spietatamente ve lo sbatta in faccia.
Questo succede
anche a causa del fatto che la luminosità é la media pesata dei valori
RGB di ogni pixel. In particolare, è composta dal valore del verde al
59%, dal valore del rosso al 30% e dal valore del blu all'11%, per
evidenziare come l'occhio umano sia molto più sensibile al colore verde
(non a caso molto diffuso in natura) e meno ai colori rosso e blu.
Quindi un clipping del canale rosso (oppure ancor peggio del canale
blu) potrebbe essere non evidenziato dall'istogramma della luminosità.
Facciamo una semplice prova: creiamo tre immagini con sfumature dal
nero ai tre colori fondamentali, e osserviamone l'istogramma della
luminosità:
Osserviamo
come l'istogramma della luminosità si estenda dallo 0 (nero) fino a tre
valori intermedi, diversi per ogni canale. Se misuriamo, ritroviamo
proprio i coefficienti di prima: 59% per il verde, 30% per il rosso e
11% per il blu. Notiamo inoltre che nessuno dei tre istogrammi da'
segno di clipping, anche se le immagini sfumate contengono nella loro
parte sinistra i toni puri (valori 255) e quindi un teorico clipping
del canale!
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Consiglio:
se state fotografando soggetti che contengono colori saturi rossi e blu
(o i colori derivati da questi) fate attenzione, non lasciatevi
ingannare da un'istogramma della luminosità rassicurante!
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Altra osservazione: l'istogramma dell'immagine dipende in lieve misura anche dal bilanciamento del bianco (a cui bisognerebbe dedicare un'altro articolo...).
Quindi, se abbiamo scattato le foto in formato RAW e le apriamo con il
convertitore (esempio: Adobe Camera Raw, per citare il più famoso),
facciamo attenzione prima a correggere il bilanciamento del bianco, poi
a valutare un eventuale clipping nell'istogramma.
Ultima considerazione importante:
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l'istogramma é uno strumento "matematico ma stupido", quindi siamo noi che dobbiamo utilizzarlo con intelligenza!
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Come
sottolineato più volte, siamo noi che inpieghiamo gli strumenti a
nostra disposizione per raggiungere il risultato tecnico e
espressivo/artistico desiderato. Se questo implica una sovraesposizione
o una sottoesposizione o un istogramma a righe, ben vengano, purché non
siano dovute ad una nostra incapacità nell'impostare l'esposizione ma
ad un preciso intento. Ad esempio: inutile accanirci nell'evitare un
clipping dovuto ad un riflesso su una superficie metallica lucida,
sottoesponendo il resto della foto.
Molti sono gli articoli che si trovano in Internet sull'istogramma. Date un'occhiata all'ultimo paragrafo sui links.
Cosa
vuol dire "dinamica" nel campo della fotografia digitale? In
elettronica, si definisce dinamica il rapporto tra il valore massimo e
il valore minimo della grandezza acquisibile con un sensore. Nel campo
della fotografia il sensore di cui stiamo parlando è appunto il sensore
della fotocamera, e quindi dinamica vuol dire in pratica quanti stops
può acquisire tale sensore.
Un limite è dato sicuramente dal numero
di bits impiegati dai convertitori interni: non ho notizie precise, ho
sentito parlare in giro di 14 bits o giù di lì.
Al
di là di questa considerazione prettamente elettronica, quello che in
cui ci si imbatte spesso è la situazione in cui i nostri occhi vedono
una cosa, ...e la fotocamera un'altra! Ad esempio, se guardiamo il
panorama del castello di Susegana al tramonto, rimaniamo incantati e
ammiriamo i colori e le sfumature del cielo appena nuvoloso, come della
fine architettura del palazzo signorile. Tutto ci sembra bellissimo, e
i nostri occhi funzionano che é una meraviglia.
Ma appena
accendiamo la fotocamera digitale ci accorgiamo che o esponiamo sul
cielo con la sagoma scura del castello, o esponiamo sul castello con un
cielo biancastro! Ci siamo scontrati con i limiti dinamici della
fotocamera:
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Se
una scena presenta una differenza tra la parte più chiara e la parte
più scura di 5-6 stops, dovremmo scendere ad un compromesso e scegliere
di sovraesporre o sottoesporre.
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Ad
esempio, adesso che stó scrivendo questo paragrafo sono uscito a
"misurare" con la misurazione spot il cielo e le case dei miei vicini:
sul cielo ho 1/1000s f/5.6, sulle case ho 1/15s f/5.6, quindi ben 6
stops! Ecco il risultato, esponendo sul cielo:
Come
si vede, i dettagli delle case sono appena accennati, e se vengono
osservati con ingrandimento della foto al 100% sono anche coperti da un
po' di rumore: siamo al limite della dinamica della mia fotocamera
digitale (povera Minolta A1...).
Scattando in formato RAW
abbiamo la possibilità di espandere leggermente la dinamica della foto,
in quanto si hanno a disposizione i 12 bit originali del sensore e non
gli 8 bit del formato JPEG. Con un pò di manico è possibile
"sviluppare" il RAW producendo due immagini distinte, una con
l'esposizione che favorisce le ombre e una che favorisce le luci. Alla
fine si combinano le due con l'aiuto di una maschera, ottenendo la foto
finale con una dinamica più elevata di un JPEG nelle stesse condizioni.
Ancor meglio se si scattano varie foto dello stesso soggetto (che però
deve essere statico!) con varie esposizioni, sfruttando lo stesso
concetto di cui sopra (si veda anche il paragrafo sul bracketing). Alla Adobe nell'ultimo Photoshop CS2 hanno aggiunto lo strumento HDR proprio per velocizzare questa tecnica!
Il contenuto di questo paragrafo si rifà ad un famoso articolo di Michael Reichmann su The Luminous Landscape: "Expose (to the) Right". Un altro riferimento è l'articolo "Digital Exposure" sul sito di Ron Bigelow (molto interessanti i suoi tutorials).
Supponiamo che la rappresentazione del valore di luminosità di un pixel
di un'immagine appena campionata dal sensore sia espresso con 12bit: si
avrebbero quindi 4096 possibili valori diversi, da 0 a 4096. Se
supponiamo una dinamica di 5 stops per il sensore, si potrebbe pensare
che ad ogni stop corrispondano circa 800 possibili valori: sbagliato!
Quello che si verifica in pratica é una divisione non equa dei valori
per i 5 stops, dovuta alla non linearità del sensore nei confronti
della luce. In pratica vengono enormemente favoriti gli stops vicini al
bianco (quindi quelli verso destra nell'istogramma) rispetto a quelli
vicini al nero (a sinistra nell'istogramma).
La distribuzione reale dei valori é questa:
Stop |
Valori possibili |
1 - Toni chiarissimi |
2048 valori |
2 - Toni chiari |
1024 valori |
3 - Toni medi |
512 valori |
4 - Toni scuri |
256 valori |
5 - Toni scurissimi |
128 valori |
Questa
particolare distribuzione dei valori ci interessa perché ha a che fare
con il rumore ed in particolare con il rapporto segnale/rumore. Questa
grandezza é definita appunto come il rapporto tra il segnale (nel
nostro caso, la foto vera e propria) e il rumore sovrapposto (se ne
parla nell'articolo "Scelta della fotocamera digitale"), quindi quello che é desiderabile é aumentare il più possibile questo rapporto, in modo da ottenere foto pulite.
Per ottenere questo abbiamo due possibilità: diminuire il rumore oppure aumentare il segnale.
Per diminuire il rumore possiamo solo impostare la sensibilità ISO al
valore più basso possibile, e al massimo cercare di non scaldare la
fotocamera (il rumore ha anche una dipendenza dalla temperatura,
addirittura alcuni dorsi digitali costosi hanno una cella di Peltier
per raffreddare il sensore).
Per aumentare il segnale, quello che possiamo fare è sovraesporre per
quanto é possibile senza bruciare le luci, quindi senza toccare il
limite destro dell'istogramma: in questo modo spostiamo tutti i toni
dell'immagine verso gli stops che posseggono più valori possibili, e
che quindi hanno un segnale più ampio e robusto.
In fase di post-processing sarà poi facile diminuire l'esposizione (facilissimo se abbiamo scattato in RAW, vedi il paragrafo "Il formato RAW e la correzione dell'esposizione nella conversione") per compensare questa operazione.
Ecco un esempio:
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| Esposizione normale |
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| Esposizione +1 stop |
Compensazione -1 stop |
Se
confrontiamo un dettaglio ingrandito di una zona scura della prima foto
con la terza, ottenuta "esponendo a destra", osserviamo che
quest'ultima ha meno rumore:
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Esposizione normale, più rumorosa |
"Esposizione a destra", meno rumorosa |
Questo
trucchetto funziona ovviamente se... non siamo vincolati dal clipping,
cioè se tra l'istogramma dell'immagine e il limite destro del grafico
(corrispondente al bianco perfetto) c'é un po' di spazio per giocare.
Nel caso delle foto qui sopra, osserviamo che a destra ci possiamo
giocare uno stop intero.
Concludendo, ecco la lezione che dobbiamo imparare da Michael Reichmann:
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Per
aumentare il rapporto segnale/rumore cerchiamo si sovraesporre per
quanto possibile senza bruciare le luci, e di compensare l'aumento di
esposizione in fase di post-processing della foto. Ancor meglio se
scattiamo in formato RAW e ci aiutiamo con l'istogramma.
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Il
bracketing è una funzionalità delle fotocamere più complete che
consiste nello scattare automaticamente non una foto ma tre,
velocemente una dietro l'altra: una con l'esposizione considerata
corretta, una leggermente sottoesposta e una leggermente sovraesposta.
Il suo utilizzo principale consiste nel risolvere situazioni
problematiche, nelle quali non si capisce bene quale sia l'esposizione
corretta. In questo modo otteniamo tre immagini "centrate"
nell'esposizione apparentemente più corretta, e nella fase di
post-processing potremo scegliere la migliore. O ancora meglio,
fonderle in una sola, scegliendo il meglio di ognuna delle tre. Come
fare? Beh, magari lo spiegherò in un'altro articolo...
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+0.5 stop 1/100s a f/11 |
Originale 1/125s a f/11 |
-0.5 stop 1/200s a f/11 |
Alcune
fotocamere permettono di scattare in bracketing non solo variando
l'esposizione, ma anche variando altri parametri: contrasto,
saturazione, bilanciamento del bianco (WB, white balance).
Questo
paragrafo di questo lungo articolo ha a che fare con un argomento un
po' collaterale: il formato RAW. Si tratta di un formato alternativo ai
soliti JPEG o TIFF, disponibile nelle fotocamere un po' più serie.
Brevemente, si tratta di una specie di "negativo digitale", in quanto
salva i dati così come escono dal sensore, senza nessuna elaborazione
da parte del microprocessore della fotocamera. Lo svantaggio é che
questo formato non é immediatamente utilizzabile ma deve essere
convertito in JPEG o TIFF mediante un programma apposito, ma i vantaggi
sono importanti, tra i quali il fatto che é possibile raggiungere il
massimo livello qualitativo perché utilizzo un PC con i software
all'ultimo grido e non lo striminzito microcontrollore della fotocamera
con firmware di anni fa' e che il formato RAW é un'immagine "cruda" e
quindi un punto di partenza per tutte le possibili correzioni, molto
meglio delle immagini preelaborate salvate in JPEG.
Tra le possibili correzioni che posso effettuare c'é quella che ci riguarda quest'articolo: l'esposizione. Ebbene si: entro un certo limite, possiamo corregge l'esposizione di una foto salvata in RAW, senza perdere troppo in qualità,
quando questo non succede per le foto salvate in JPEG. Questo per vari
motivi tecnici, tra i quali il fatto il fatto che ogni pixel viene
gestito con 12bit per ogni canale invece dei soliti 8bit. Nella mia
limitata esperienza ho visto che é possibile correggere fino ad 1 stop
in più e in meno, meglio se in meno perché correggere l'esposizione
nella direzione da foto scura a foto più chiara evidenzia di molto il
rumore nascosto nelle zone scure dell'immagine.
Come già accennato nel paragrafo L'istogramma, facciamo attenzione prima a correggere il bilanciamento del bianco, poi a valutare un eventuale clipping nell'istogramma (che in forma lieve é infatti sensibile al white balance, WB).
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Tutto questo comunque non é una scusa per trascurare l'esposizione al momento giusto, cioè quello dello scatto!
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Certe
volte ci sono situazioni in cui... c'é troppa luce. Ad esempio vogliamo
fotografare una cascata con il classico effetto dell'acqua che scorre
morbida, ma non possiamo impostare un tempo si esposizione di 1s perchè
non abbiamo un diaframma chiusissimo, ci vorrebbe un f/128! Come
possiamo fare? Semplice, utilizziamo un filtro ND.
Un
filtro ND é semplicemente un filtro da applicare sulla lente frontale
dell'ottica, il cui solo scopo é quello di diminuire la luminosità
dell'immagine. Ne esistono di varie gradazioni, ognuna indicata con un
numero.
Un buon articolo sui filtri si trova su Nadir: I filtri nella fotografia a colori.
Questo
è un paragrafo secondo me tra i più utili: l'autocritica degli errori
commessi durante lo scatto di una foto, in questo caso dal punto di
vista dell'esposizione corretta. E' fondamentale rivedere le foto
appena fatte e capire cosa si é sbagliato e perché, in modo da non
ripetere questi errori nel futuro e soprattutto correggere le nostre
"brutte abitudini".
Eh si, non tentiamo di negarlo, ci sono
effettivamente foto rovinate a causa di fattori esterni imprevedibili o
situazioni troppo sfavorevoli, ma tante foto sono da scartare per
alcuni nostri modi di eseguire il nobile gesto dello scatto. Un
esempio? Tante volte mi capita di scattare tante e tante foto senza
controllare per bene il tempo di esposizione (di solito scatto in
priorità di diaframmi), poi il giorno dopo mi ritrovo una ventina di
foto con persone in movimento con tempi di 1/30s, e mi mangio le mani,
una ventina di foto veramente ben... mosse! Se sono fortunato qualcuna
si salva. Ma quasi mai sono fortunato.
Penso quindi che limare le nostre brutte abitudini sia il compito più
difficile, ma anche quello che permette i miglioramenti più evidenti.
L'idea
di questo paragrafo nasce dalla prima impressione durante la review
delle foto che ho fatto al matrimonio di Alessia e Francesco, due miei
amici. "Ma quante c@$$@te ho fatto!", mi son detto, "E' ora di
riflettere sul senso della vita, e sugli errori fin qui commessi!".
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Ah,
ho un brutto carattere: qualche volta faccio tutto in fretta, senza
riflettere. In questo caso ho fatto una bella foto ai miei amici Piero
e Andrea, ma non ho guardato bene il tempo di esposizione... E' solo
1/60s! Il problema non è nella lunghezza focale (in questo caso, 30mm)
ma nei movimenti dei soggetti, erano in posa ma scherzavano tra loro.
Rivedendo nel display della mia 7D, sembravano nitide, ma sul monitor
del PC sono risultate leggermente mosse. Era una serie di cinque foto,
e la più nitida comunque è usabile ma non è perfetta.
Questo
deve insegnare che bisogna SEMPRE verificare che il tempo di
esposizione sia compatibile con i movimenti dei soggetti e con i
movimenti della fotocamera (occhio quindi alla lunghezza focale)!
Lo
visione della foto nel display della fotocamera è un aiuto, soprattutto
se zoomiamo sui particolari teoricamente a fuoco, ma ci posso essere
sorprese quando la possiamo vedere in seguito sul monitor del PC. Tra
l'altro, non in tutte le fotocamere si può zoomare un file RAW
(purtroppo tra queste c'è anche la mia 7D). Solo la nostra esperienza e
la lettura attenta dei parametri di esposizione sono una risposta
(quasi) definitiva.
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Come
sopra: qui invece ho scattato con 1/45s con una lunghezza focale di
75mm (112mm equivalenti): troppo poco, sia per i movimenti dei soggetti
che i movimenti della fotocamera.
Vi ricordate la regola d'oro?
Per
evitare foto mosse per movimenti della fotocamera, esporre con tempo di
esposizione almeno minore dell'inverso della lunghezza focale.
Ad
esempio, se fotografiamo un soggetto con una focale di 100mm, meglio
scegliere un tempo di esposizione più veloce di 1/100s. Sempre che non
abbiate una Minolta 7D con l'antishake o equivalenti (ottiche o sensori
stabilizzati): si guadagnano fino a 2 stop! In questo caso, potrei
scattare fino a 1/25s evitando il mosso dovuto ai micromovimenti della
fotocamera.
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Un
classico: una bella foto in controluce con sfondo molto chiaro. Tipico
errore da pivelli, quale io sono. Ok, non una foto che rimpiangerò per
aver rovinato, eventualmente qualcosa si può fare con il fotoritocco,
però è un esempio di "cosa non fare".
Possibili soluzioni:
- sovraesporre quanto basta per esporre correttamente il soggetto della foto, bruciando lo sfondo;
- flash per schiarire il soggetto, che è più vicino e più buio dello sfondo;
- se sei un mago, vai di misurazione spot ed esposizione manuale!
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E
questa che problema ha? Presto detto: mi sono dimenticato di cambiare
la sensibilità ISO, è rimasta a ISO400 (utilizzata all'interno della
chiesa), quando all'esterno bastava ISO100. Infatti il tempo di
esposizione è 1/2000s, inutilmente basso. E il rumore è inutilmente
alto.
Ricordarsi che l'esposizione ha tre
dimensioni, non due: oltre a diaframma e tempo di esposizione, c'è
anche la sensibilità ISO! Controllare sempre l'impostazione attuale!
Non
contento di sbagliare a causa di una dimenticanza, mi è successo
parecchie volte che passeggiando con la fotocamera al collo, si
cambiasse innavvertitamente la sensibilità ISO a causa de fatto che il
relativo pulsante si premesse contro il mio stomaco (tra l'altro sulla
7D è proprio l'ultimo verso basso, il più esposto). Così ho capito che
devo controllare l'impostazione ogni volta che riprendo a fotografare,
e che devo spegnere la fotocamera quando passeggio (e non lasciarla in
stand-by).
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Come
sopra, ma qui mi sono dimenticato la compensazione dell'esposizione a
-1eV in una delle foto del mio viaggio di nozze (vedi l'istogramma qui
sotto). Con il fotoritocco si recupera l'esposizione corretta,
soprattutto se si è scattato in RAW, però si perde in qualità finale
dell'immagine.
Controllare, ricontrollare, ri-ricontrollare, che dopo è troppo tardi...
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Questo
è un errore subdolo, ma che deve far riflettere. Si tratta di una foto
scattata con il mio "beercan", il famoso Minolta AF 70-210/4, comperato
usato su Internet. Avvenne che, come succede spesso a obbietti
vecchioti, le lamelle del diaframma fossero un pò impastate con l'olio
di lubrificazione, e che quindi facesse fatica ad aprirsi e richiudersi
velocemente. La mia 7D ha calcolato la giusta esposizione, ma non
poteva sapere che il diaframma tardasse a chiudersi, e che quindi
facces passare troppa luce. Poichè non ho controllato foto per foto,
non mi sono accorto subito del fattaccio e ho sovraesposto
irrimediabilmente una decina di foto.
Questo deve
insegnare che un guasto all'attrezzatura può sempre succedere,
soprattutto se non recente e non di qualità, e che per limitare i danni
si deve controllare il più frequentemente possibile le foto, maglio se
ad ogni scatto!
Questo vale soprattutto per le
reflex, dove ci sono corpo e obbiettivi separati, magari soggetti a
botte e colpi nell borse o zainetti, e dove non è possibile avere
l'aiuto dell'istogramma in tempo reale.
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Beh, cosa manca in quest'articolo, nato con tre paragrafi e cresciuto a dismisura? Butto là un argomento ultimamente di moda.
Si tratta di una possibilità offerta dall'elaborazione digitale delle
immagini: quella di fondere tante immagini di uno stesso soggetto
statico (di solito un paesaggio), ognuna con un'esposizione differente
similmente a quanto si può fare con il bracketing
ma con più di tre immagini, allo scopo di ottenere una super-immagine
con una dinamica eccezionale. Queste operazioni sono state
automatizzate in un nuovo strumento denominato HDR della nuova versione
CS2 di Photoshop, ottenendo delle immagini addirittura a 32bit per
canale!
Sull'esposizione
Se sapete l'inglese, immancabile una visita ai siti DPReview e The Luminous Landscape per i vari tutorials, articoli e glossari sull'esposizione.
Molto completo l'articolo "Exposure" (oppure qui) di John M. Setzler, Jr., disponibile su questo sito. L'ho scoperto di recente, ed è simile come impostazione a questo articolo (41 pagine di PDF)!
In italiano molto interessante é Nadir, un sito dedicato più alla fotografia a pellicola ma con articoli molto interessanti; vi segnalo "Esporre da maestri", ma date un'occhiata un po' a tutto.
Su PhotoRevolt (anche questo in italiano) ci sono vari articoli interessanti: "Esposizione", "Esposizione corretta", "La profondità di campo", "Stop & regola della reciprocità".
Sull'istogramma
...lavoro eccellente, ben realizzato e con molta semplicità...!!!