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Spaccati di città che alla fine compongono un quadro preciso, nel quale si può vedere di tutto, a volte si scorge qualche individuo che sembra non appartenere a nessun contesto.
Sono città dei sogni, tutto può essere sognato, tutto può essere desiderio, ma anche il suo contrario, una paura.
Le città sono formate da desideri e da orrori, da prospettive che ingannano, da cose che ne celano altre.
I sogni spesso invece, ci ricordano un viaggio del passato, quasi sempre distorto, raddoppiato, altre volte sovrapposto, qualche volta dimezzato.
La città nel sogno la riconosciamo grazie a particolari che ci sembrano familiari, luoghi dove abbiamo girovagato fino a perderci, ma alla fine le strade si attorcigliano fino ad annodarsi, vanno a formare labirinti dai quali tentiamo di uscire, ma con il sonno che ha termine rimaniamo sempre in sospeso.
E poi diventa notte, la città diventa un arcano, cambia, si trasforma, le strade si moltiplicano, le strade diventano lucide di luce, si biforcano, si incrociano, si duplicano, non capisci più nulla, sei ubriaco.
Gli elementi architettonici sembrano avere il sopravvento, si muovono, ti sovrastano. Non è più il tuo sogno quello, diventa un incubo dal quale non sai se vuoi veramente uscirne o ubriacarti ancora di più, perché quello che ti circonda diventa un paesaggio fantastico e tu sei il protagonista. L'ordine delle cose è ormai dissolto, le logiche costruttive sono stravolte, le fondamenta in alto, le finestre sulla strada, i portoni che galleggiano, la statua di Minerva in volo radente sulle vestigia dell'impero romano.
La nostra ragione non esiste più, tutto è fantastico, tutto bellissimo, tutto terribile. Ci lasciamo andare come un viaggio in balìa del vento. Perché opporsi?
Anche i sogni e gli incubi bisogna mettere in conto nel nostro vivere.
Il desiderio di prospettive nuove che sconvolgono i piani, i punti di fuga, le alzate, le scale che si incrociano proprio mentre una donna le scende serena, il mistero di un tramonto nella città che sale, che ruota, che si aggroviglia, che si aggrappa.
Voragini nel cervello e una macchina che riesce a incidere in neri le deformazioni mentali, le perfezioni, gli sgorbi, le svirgole.
Sembra quasi un mondo alieno il mio, in effetti sono dei collage fatti su un fotogramma, sovrapponendo, invertendo, specchiando, quasi sempre con uno scatto solo, rare volte con una doppia esposizione, rigorosamente con l'iPhone.
Appunti di vista irrazionali, di caos del reale, di cose che fanno spaesare l'individuo e che rendono raccontabile l'irraccontabile.
Creare un ordine delle cose che ci spingono, ci stringono, ci sopraffano utilizzando la tecnica del duplicare, triplicare moltiplicare.
Un esercizio di combinazione di immagini, un gioco quasi, ma terribile.

L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.
Italo Calvino, Le città invisibili
data
29 novembre 2016
località
Roma (mappa)
sito web
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607
categorie
architettura, astratte, bianco & nero, emotive, industriali, interni, istantanee, persone, street, suburbane, uomini, urbane
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