Einaudi · Camera chiara: Nota sulla fotografia

Einaudi
Camera chiara: Nota sulla fotografia

Inserito il 29/11/2004  -  5 di 5  -  Una recensione, consigliato.  -  Visto 7139 volte.


di Roland Barthes, traduzione di Renzo Guidieri

L'ultimo, e il più penetrante, testo di Roland Barthes.

Questa nota sulla fotografia (nota nel senso di riflessioni, considerazioni, anche digressione), scritta da Roland Barthes pochi mesi prima della morte, risulta il suo testo piú penetrante. La fotografia, «medium bizzarro, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo», viene scrutata non in sé, ma attraverso un certo numero di casi, fotografie con le quali si stabilisce una speciale corrente determinata da «attrazione» e «avventura», in un raccordo con la cultura surrealista della foto-descrizione anni Trenta e con una riconsiderazione dell'immaginario sartriano anni Quaranta, e un oggi, un qui e ora, puntualmente vissuto e colto.

Passando poi a uno scavo autobiografico obiettivo - «dovevo penetrare maggiormente dentro di me per trovare l'evidenza della Fotografia» - in cui si ricrea, in una sorta di percorso proustiano, il sentire per affetti e sentimenti. Perché il discorso è interrogazione, è dialogo, ma è anche confessione; al «linguaggio espressivo» e al «linguaggio critico» se ne aggiunge un altro, piú ineffabile e rilevante, vera e propria premonizione: da qui scaturisce una considerazione della fotografia come «studium» e come «punctum» (i due termini usati da Barthes in un distinguo illuminante), ma soprattutto dello storico e dell'effimero in cui viviamo.

Fonte: Sito WEB Einaudi

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Recensioni


Data
30.11.2004

Scritta da
artika

( principiante )

Esperienza
17 anni

Usato
1 mese

Giudizio

:: consigliato

Valore


Voti recensione
5/5, 9 voti

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Recensione:
Quando leggiamo Roland Barthes, non possiamo dimenticare che è un semiologo, e come tale egli si occupa delle varie relazioni tra i segni, dell'analisi del discorso e della comunicazione, in quella società che diventa essa stessa, tutta, oggetto di analisi.
Una di queste sue analisi penetra, compenetra e finisce col farsi penetrare dalla fotografia, in questo breve ma intenso saggio.
Attraverso un viaggio, che inizia apparentemente secondo una sorta di modalità ingenua, in cui il viaggiatore-ricercatore si lascia guidare nella sua indagine dal proprio personalissimo soggettivo istinto, Barthes giunge a definire la significatività della immagine fotografica e della fotografia stessa.
L'atteggiamento fenomenologico, ci accompagna dentro l'universo emotivo e mentale di colui che guarda, legge e interpreta, passa fluente su colui che compone, e si posa sul soggetto: l'immagine. Immagine che resta impressa, inesorabile, trasmettendo informazioni grazie ad un effetto latente in sé stessa, un effetto che si offre a chi guarda, lo scuote ed in conclusione lo attrae, per poter essere assimilato.
Ma il viaggio non si esaurisce di fronte allo stupore dell'attrazione, prosegue e persegue la scoperta dell'ineluttabilità della compressione del tempo, sotto l'istanza della realtà.
Persegue la non profondità (quindi lucida) dell'evidenza pura, la non esistenza dell'immagine che pure testimonia la sua esistenza stessa, come un'allucinazione, che al contempo non esiste ma c'è; a rilevare paradossalmente, la follia dell'autenticità non mediata dai codici civilizzati. Ed infine persegue il pericolo della "derealizzazione" dell'immagine, che si produce nella società dell'effimero.
In questa "nota sulla fotografia", quasi fosse un appunto, una considerazione veloce, Barthes sembra prendere per mano il lettore per condurlo nelle sue riflessioni, su una forma d'arte che sempre più ci appartiene ed è presente nelle sue diverse forme.
Una riflessione che fa riflettere, nel senso di pensare, e nel senso di proiettare... ed in questo modo ci permette di riprendere possesso di noi, di fronte all'oggetto, e nel contempo, non solo non far perdere identità al soggetto, la fotografia, ma forse permettergli di acquisirne una propria.
Lo scritto è accompagnato da diverse fotografie, che l'autore esamina con noi, parlandoci di esse e di sé, come il soggetto di un esperimento basato sullo sguardo; il vedere, il cogliere, l'elaborare elementi significativi.
Una lettura che resta dentro e lavora nella nostra percezione delle cose, e che forse ce le fa guardare (fotografare) con un occhio più attento, più sensibile alla dignità in sé delle stesse.
Non so, se per tutti questo libretto compatto, solido, simile ad un taccuino "compagno di viaggio", può diventare uno strumento per il proprio fotografare, anche se io lo credo. E' certo che alcune citazioni del testo, assumono il rigore e la penetranza della poesia:
"Ciò che la fotografia duplica all'infinito ha avuto luogo solo una volta:
essa riproduce meccanicamente ciò che non potrà ripetersi esistenzialmente."
"Ogni fotografia è un certificato di presenza"

Pro:
E' utile in parallelo e oltre la tecnica pura

Contro:
Usa una terminologia un po'di settore, ma, se non ci si sofferma subito a questo, si scopre la capacità dello scrittore di trasmettere emozioni e nozioni.

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