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GIUSEPPE CELI
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La fotografia è il nostro esorcismo. La società primitiva aveva le maschere, la società borghese gli specchi, noi abbiamo le immagini. Crediamo di espugnare il mondo mediante la tecnica. Invece, mediante la tecnica, è il mondo a imporsi a noi.
L'immagine fotografica è drammatica per la lotta tra la volontà del soggetto di imporre un ordine, una visione, e quella dell'oggetto di imporsi nella sua discontinuità e nella sua immediatezza.
L'oggetto deve essere fissato, guardato intensamente, e immobilizzato dallo sguardo. Non è l'oggetto a doversi mettere in posa, è l'operatore che deve trattenere il fiato, per fare il vuoto nel tempo e nel corpo.
Silenzio dell'immagine, che non necessita (o non dovrebbe necessitare) di alcun commento. Ma anche silenzio dell'oggetto, che essa sottrae al contesto ingombrante e assordante del mondo reale. Quali che siano il frastuono e la violenza che lo circondano, la fotografia restituisce l'oggetto all'immobilità e al silenzio. In piena confusione urbana, ricrea l'equivalente del deserto, un isolamento fenomenico.
Poiché è l'oggetto a vederci, è l'oggetto a sognarci. Il mondo ci riflette, il mondo ci pensa.
Jean Baudrillard, È l'oggetto che vi pensa
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